Mommy, film 2014

Bel mattoncino, per tema trattato, a tratti divertente. Bello, anche se in certi punti sembra un videoclip che accompagna la canzone del momento. Potente lo è, originale non sempre. Alcune idee si erano già viste. Il genitore che sogna un futuro diverso e si fa il film in testa, La 25a Ora. La telefonata senza risposta con seguente tuffo, anche se più distanziato, Le particelle elementari. Probabilmente è un mio difetto, che sto sempre lì a cercare di ricordare se già ho visto e, nel caso, cosa, dove, quando. Forse, anzi, sicuramente questo peggiora la visione. In ogni caso, pur trovando agganci qua e la, il film mi è piaciuto, pure molto in verità. Grande recitazione di tutti e tre i protagonisti, Anne Dorval, Antoine-Olivier Pilon, Suzanne Clément. Dei tre la mia preferita, in questo caso, è la Clèment, ma son bravissimi tutti e tre. Bellissima colonna sonora, grande la scelta di girare 1:1. Il protagonista è sempre al centro, dando un senso a tratti claustrofobico. Pressione. Quando ci son due protagonisti, stanno stretti, pressati, quasi in guerra per guadagnare il centro. La lotta tra madre e figlio. Tra figlio e madre. Tra figlio e vicina. Chi avrà la meglio? Forse nessuno , forse si.  Dolan aveva 25 anni quando ha diretto questo film. Da vedere? Si. Non un capolavoro ma un bel film.

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Cor Veleno All Stars , ‘Tributo Primo’

E’ già passato più di un anno dal primo gennaio 2016, giorno della scomparsa di Primo , (David Maria Belardi), rapper famoso per aver fatto, anche, parte dei Cor Veleno. Mi piaceva con Squarta e Grandi Numeri e mi piaceva come solista e con le collaborazioni. Non arrivo a dire che sia stato importantissimo per me, ma mi piaceva, l’ho già scritto tra volte in quattro righe), e lo ascoltavo. A parte gli album , era un artista del quale, se trovavo un’intervista, mi fermavo a leggerla. Uno di cui andavo a cercare i video e a studiare le parole. E’ stato importante per la scena romana e pure per quella italiana. Nella mia vita, a ondate, è stato presente. Sono qui, oggi, per proporvi il video del Tributo a Primo, andato in scena all’Atlantico di Roma il 25 marzo scorso. Sul palco, per ricordare l’amico scomparso tanto prematuramente, sono saliti in tanti. Con Squarta e Grandi Numeri si sono esibiti Tormento, Mad Buddy, Nitro, Coez, Rancore, Amir, ill Grosso, Gemitaiz, Roy Paci, Hyst, Fabio Fedra , Rak, Piotta, Stokka, Cane Secco, Mezzosangue, Johnny Marsiglia , Salmo, i Colle Der Fomento, Ensi e Danno. E’ stato un grande tributo. Buon ascolto…

 

Cannavacciuolo mito, MasterChef

Nell’ultima puntata andata in onda, mentre Cannavacciuolo e Barbieri stavano assaggiando un piatto, il bolognese ha fatto cadere del sale a terra. Cracco se ne è uscito con “che sfiga!” mentre si ravanava il pacco in chiaro gesto scaramantico. Poi, chiedendo scusa, si è avvicinato al tavolo ha raccolto il sale e se l’è lanciato alle spalle due volte, colpendo, con la seconda manciata, Bastianich anche lui accorso per imitarlo. Vedendoli, Barbieri li ha copiati. Cannavacciuolo, bello paciarotto, li ha studiati e, appena ha potuto riprendere , ha continuato ad assaggiare. Mito !!!

Se guardo Masterchef? Non tutte le puntate. Di quelle che recupero, in vari punti mando avanti veloce. Diciamo che in 20/25 minuti vedo tutto.

Riflessioni su White Noise , Rumore Bianco, Don DeLillo + Fiorello

Un libro sulla morte, sulla vita, sul consumismo e sul valore che esso ha assunto come nuova religione per colmare un vuoto e non pensare alla fine. Ho finito di leggere White Noise da un paio di giorni e ho lasciato decantare le idee, per provare a proporre visioni un poco distaccate, nei limiti dell’entusiasmo che il libro mi ha lasciato. Le prime decine di pagine sono notevoli, tutte. Si parte subito alla grande, con una lista che trasmette il godimento di DeLillo per la scrittura e le parole.  Un divertimento che ho riscontrato anche in altri autori. Scrivere è certamente faticoso ma può essere al contempo divertente. Oggi, forse, DeLillo dovrebbe leggermente mutare il testo, considerando quanto la morte sia continuamente inseguita, sezionata e offerta nei programmi televisivi, da mattina a sera. Forse però non dovrebbe cambiare nulla, ricordando come un protagonista, riferendosi all’amico e collega malato e a rischio della vita, se ne esca con “ meglio te che me”.  Non va neppure dimenticato il giornalista che, in diretta, spera che le pale meccaniche  della polizia abbiano rinvenuto il cimitero di un serial killer  e la tristezza che traspare dalla sua persona per il ritrovamento di soli due corpi. Ma ci torneremo perché , in seguito, vorrei spendere due parole sulla richiesta di Fiorello, meno morte in tv.  Nel libro di DeLillo la tv non ha un ruolo centrale, serve da sottofondo sonoro e, raramente, come mezzo per far entrare l’altrui dolore in casa. Importante che la sofferenza sia di altri, meno istruiti, meno riusciti nella vita, per farci sentire migliori, quasi intoccabili. Ovviamente la morte e la malattia arrivano comunque, in forme inaspettate. Non riesco ad essere distaccato. Lo ammetto. L’ho trovato, questo libro, veramente un buona opera. Già dalle liste, da quelle concatenazioni di parole, dalla loro musicalità, ho creduto di trovarmi al cospetto di qualcosa di non usuale. Curioso, sono andato in cerca di recensioni on line di altri lettori. All’estero il libro è ben recensito. In America la maggior parte dei voti, da 1 stella a 5, si dividono tra 4 e 5 stelle.  In Italia mi sono imbattuto in uno di quei siti di presunti esperti letterari e uno dei top commentatori, almeno così è segnalato, l’ha criticato aspramente. E’ arrivato coso, è arrivato. Scusatemi ma , dinanzi ad un’opera d’arte, non è detto che noi si sia sempre in grado di capirla, afferrandone ogni significato. Magari, sono generoso, non si è in un periodo adatto per leggerla. Attaccare a testa bassa non sempre è sinonimo di intelligenza. Ah, io sono intelligentissimo. Ma basta parlare di coso e torniamo a Rumore Bianco. Sebbene sia diviso in tre parti alcuni dividono il libro in due blocchi, uno divertente e scorrevole, l’altro meno. Vero che Onde e Radiazioni, titolo della prima parte, appare più leggero ma , se ci si sofferma, non lo è molto. Ci sono morte, dolore, sfrenato consumismo come dimostrazione di potere, tempo calcolato sulla morte dei personaggi famosi, qualità della vita legata al denaro posseduto . Inoltre c’è la presentazione della nuova trinità: MasterCard, Visa, American Express. La morte è centrale, in questo libro. Solo i bambini sono liberi, perché non sanno che devono morire. Gli altri possono essere solo assassini o vittime. Pur vero che poi ci viene presentata una terza via, quella del protagonista che prova tutto e annulla ogni scelta subito dopo averla fatta. Anche il grande quesito di cosa ci sia dopo la morte viene affrontato.  Notevole l’incontro scontro con le suore, poco prima della conclusione. La certezza, la pietra su cui tutto si fonda è il supermarket. Per me un grande libro. Non sarà un capolavoro ma ci fermiamo giusto un gradino sotto e non all’inizio della scala. Lo avvicinerei a Cecità di Saramago, come livello. Come tematiche, per certi aspetti è il suo contrario. Si, qui la punteggiatura è presente. Fiorello, eccoci a noi. Sono felice che una persona dello spettacolo, con grande seguito, si sia apertamente schierata contro la tendenza della tv a parlare solo di morte, cronaca nera da mattina a sera. Vero che i programmi, così facendo, fanno ascolti ma sarebbe bello tornare ad una tv di qualità. Ad una tv come mezzo per elevarsi e non abbassarsi ulteriormente. Ho sorriso a denti stretti, lo ammetto, dell’ospitata della ragazza siciliana, arsa dal fidanzato, al programma di Babbara, Barabba, D’Urso. Ho sorriso della sua ignoranza, del suo italiano approssimativo, del suo non sapere,( che non sono colpe). Ho però deriso la sua scala di valori. Non mi vergogno a scriverlo. Ha tempo per vedere Barbara, d’urso, tutti i giorni ma non per elevarsi un pochino. E’ stato lo squarcio più triste, perché ha dato un volto e una voce a chi si abbevera di certe trasmissioni, a chi crede che successo significhi apparire ad ogni costo. Ho intervistato tutti e non intervisto a Barbara, (?) , una donna con le palle. Bel mito… Cmq, se dovessero premiare chi brucia per un motivo valido, parlo per assurdo, dovrebbero parlare, e non lo fanno, di quei poveretti che si sono immolati e si immolano, in gran numero, per la libertà del Tibet, e non di una disgraziata, perchè quello è, e del suo aguzzino. Facciamo che questo fuoco sia servito per illuminare il buio in cui viveva quella ragazza e per aiutarla a uscirne. Almeno a farle capire che occorre allontanare chi non ci rispetta e ama, e che la violenza non è mai giustificata. Si, sono un po’ avvelenato con un certo modo di fare televisione. Lo sono da anni. Non credo che per fare ascolti sia accettabile scendere fino alle fogne e scavare ancora. Non è giusto e non ci si può nascondere dietro gli ascolti. Elevare le persone, aiutarle a crescere, mostrare loro un altro modo di apparire, senza scorciatoie o che almeno non siano dovute alla cronaca nera. La vittima è sempre tale e andrebbe in ogni caso sostenuta, questo è chiaro. La Babbara D’Urso doveva preservarla, aiutarla, sostenerla e non renderla una barzelletta. Quella poveretta, mi riferisco alla vittima, non ha contezza di come sia stata usata. In futuro , già c’è l’accordo, ci sarà un’ospitata in studio, per sfruttarla meglio. Poi sarà gettata via, passata come tutti i giorni passati ; ci saranno nuovi morti, nuovi assassini e nuove disgrazie di cui parlare. Una persona normale da una simile notorietà neppure vorrebbe essere sfiorato. Ecco, qui sono con Fiorello, basta programmi incentrati sulla morte. Basta. In chiusura, un piccolo momento di leggerezza, per sdrammatizzare. Giorgio Gaber al Festival di Sanremo 1961 cantò Benzina e cerini.

 

Il mio destino / è di morire bruciato. / La mia ragazza / deve proprio averlo giurato. / Ha inventato un nuovo gioco / mi cosparge di benzina e mi dà fuoco / e io brucio, brucio d’amor.

Ma piantala coi cerini / Col fuoco non si scherza / Ma lei  non mi sta a sentire /Non vuole capire il mio amore.

E’ il mio tormento, / forse le piaccio bruciato / Certo è un po’ pazza / ma io me ne sono innamorato. / Con quel maledetto gioco / Si diverte coi cerini a darmi fuoco / e io brucio, brucio d’amor.

Ma piantala coi cerini / è un gioco un poco ardito, / non voglio finire arrostito / perché il fuoco l’ho già qui nel cuor

E mi tormenta, / forse le piaccio bruciato / Certo è un po’ pazza / Ma io me ne sono innamorato. / Con quel maledetto gioco / Si diverte coi cerini a darmi fuoco / E io brucio, brucio d’amor. / E io brucio, brucio d’amor.

Francesco Nuti , pensieri sparsi

Anche ieri alla radio c’era il gioco  per cui, da poche note suonate in diretta, bisogna indovinare la canzone prescelta. Per renderlo un po’ più difficile, partono con poche note non particolarmente legate allo spartito per poi aumentare strumenti e attinenza. Solitamente ci becco abbastanza, diversi premi vinti sono lì a dimostrarlo. Però ieri la mente ha preso una via del tutto inaspettata. Dopo poche istanti in testa ho sentito Francesco Nuti cantare Puppe a pera. Non era la canzone corretta, ma mi si è aperto un mondo di ricordi ed emozioni. Io Nuti, Francesco, l’ho amato ed amo tuttora. Mi emoziono a parlarne perché, sebbene scrivesse, dirigesse, girasse, creasse, recitasse, già quando io ero piccolo, e quindi non potessi goderne immediatamente, l’ho incontrato , attraverso la sua arte, piuttosto presto nella mia vita.  Una parte di carriera l’ho seguita in diretta , la precedente recuperando pian pianino. Cosa mi ha legato a lui, da principio? Il fatto che facesse ridere e  giocasse a biliardo. Giocare a biliardo è una delle poche attività che mi ha insegnato direttamente mio padre, che abbiamo condiviso,  in cui ha perso tempo con me, per me.  Forse è pure per questo che, senza falsa modestia, ero divenuto, verso i vent’anni, anche un discreto giocatore. Perché mi ci impegnavo,  da bravo figlio. Peccato che le occasioni per giocare assieme non ci siano più state.  Subito dopo avermi insegnato i primi rudimenti, le basi, non abbiamo più condiviso il panno verde. Io comunque non ho perso alcuna occasione e , appena ho potuto,  ho preso a giocarci sempre, quotidianamente.  5 birilli, con poche puntate sulla Goriziana. Zito era il mio mito. Il biliardo è magnifico e il fatto che Nuti avesse, centrale nei suoi film, questo gioco, me lo faceva sentire prossimo. Condividevamo la medesima passione. Io ragazzino, lui già adulto. E poi le risate. Il primo film visto al cinema, col mio amico Alessandro, è stato Caruso Pascoski di padre polacco. Quanto abbiamo riso, entrambi ; una volta a casa ripetemmo le battute, le scene, soprattutto quelle legate alla pistola vera, falsa e all’incontro nei bagni del cinema.  Siamo andati avanti settimane, per alcune addirittura  mesi. Non è che Nuti facesse solo ridere, faceva anche ridere. Rivedendoli, i film, da adulto, vi ho trovato una vena di tristezza, di malinconia, di solitudine e altro ancora. Non c’è luce senza buio e viceversa. Amici miei , ad esempio, è meraviglioso, restando ai film con ambientazione Toscana, perché fa ridere e piangere, ti eleva e ti schiaccia. Francesco era capace della medesima intensità. Ridere e farti sentire svuotato. Concedetemi l’errore in italiano ma a me mi manca. Sento una mancanza anche cinematografica, non solo ma anche .  Gli ultimi suoi film non son stati capolavori, purtroppo. OcchioPinocchio è stato l’ultimo film, se non erro, in cui ha collaborato Veronesi. Forse l’ispirazione era venuta un po’ a mancare. Non saprei. So che però mi piacerebbe trovare altri film di Nuti, che non ho visto. Mi piacerebbe , soprattutto, poter andare al cinema per un suo nuovo film. Sarebbe bello. Bellissimo. Magari ! Alla fine ieri mi sono messo a sentire sue canzoni. Su tutte Sarà per te, quanto è bella. Prima di chiudere, se mi chiedessero se c’è una scena, su tutte, che sceglierei, forse sceglierei, da Madonna che silenzio c’è stasera , l’incontro scontro tra Francesco, Francesco Nuti, e il barista Chiaramonti, il magnifico Novello Novelli. Questa:

Francesco , (Nuti) : Madonna che silenzio c’è stasera. Madonna che silenzio c’è stasera. Guarda, c’è un silenzio stasera. Madonna che silenzio c’è stasera. Guarda, zit zi zi zi zi zi zit zi, Madonna che silenzio c’è stasera. Guarda, un c’era mai stato un silenzio come stasera. Zit zi zi. Muuadonna che silenzio c’è stasera. Io veramente non ho mai avuto paura del silenzio, ma stasera c’è un silenzio. Un c’era mica mai stato un silenzio come stasera,  perché questo un’è uno di quei silenzi che uno dice, Madonna che silenzio c’è stasera. No, no, questo è uno di quei silenzi che uno dice, Muuadonna che silenzio c’è stasera.… Ma lo sai se un indiano sente un silenzio come stasera, oh tu lo sai gli indiani vivan nel silenzio

Chiaramonti: Che vuoi provare?

Francesco:  Ovvai, si prova: allora ni bar non c’è nessuno, e c’è silenzio. Io entro. Io entro e sto zitto. E vengo al banco. E mi metto davanti ai Chiaramonti.  E sto zitto. Che tu mi dirai vuoi qualche cosa? E io zitto. Tu mi dirai vuole un caffè? E io sempre zitto. Te icché tu ffai?

Chiaramonti : Eh, io siccome chi tace acconsente pijo e ti fò iccaffè.

Francesco : No chi tace sta zitto

Chiaramonti: Chi tace acconsente

Francesco :  No Chiaramonti, chi tace sta zitto

Chiaramonti: Chi tace acconsente

Francesco: Chi tace sta zitto Chiaramonti

Chiaramonti: Chi tace acconsente

Francesco: Da quando?

Chiaramonti: Da sempre!

Francesco: Da oggi!

Chiaramonti: Da sempre! Chi tace acconsente

Assieme: no chi ta…chi ta…Chi tace sta zitto. No chi tace acconsente, ( il telefono del bar squilla)

Chiaramonti: Zitto! ( parlando del telefono) Voglian te, vai.

Francesco :  Chi tace sta zitto. (Risponde),  Pronto!…No, no non torno mamma , Non torno a ca.., non torno a casa , non torno più, non torno manco a dormire. No, non torno più. Lasciamoci così, senza rancore. Come, chi è rancore? E’ un modo di dire , lasciamoci. No, non torno più. Ciao . No, non mi chiamo Lassie. Ciao.

( il bar chiude) Davanti alla serranda

Francesco: Comunque Chiaramonti chi tace sta zitto

Chiaramonti: No, chi tace acconsente

Francesco : Ci si vede domattina.

Chiaramonti: Si, così si finisce il discorso

C.T.V. , La dieta della longevità , Valter Longo

Questo libro, che ho letto in pochi giorni, ha molte sottolineature. E’ un libro interessantissimo e lo sto consigliando a chiunque. Longo, sentendolo parlare in radio e vedendolo in tv,  mi aveva catturato ; scoprire che una persona che stimo molto, tra le altre cose chirurgo, segue le regole contenute nel libro, mi ha smosso definitivamente all’acquisto. Come detto, l’ho letto in pochi giorni e ho già, io che già di mio seguivo diversi consigli contenuti nel libro, fatto ulteriori ritocchi alla dieta. Sul movimento, forse ne faccio pure troppo. Tornando al libro, ora dovrei inserire le parti scelte ma non posso. Non posso perchè Longo devolve tutti i proventi del libro alla Fondazione non profit Create Cures per promuovere e sponsorizzare la ricerca di terapie alternative e integrative a basso costo per l’invecchiamento, il cancro, l’Alzheimer, le malattie cardiovascolari, il diabete, la sclerosi multipla, il morbo di Chron e altre malattie. Per questo vi invito a comprare il libro e pure a regalarlo.

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Mister felicità, film 2017

Di nuovo, in questo Mister Felicità, non ho trovato nulla, ma non mi è spiaciuto. Col film di De Sica, non mi riferisco a Il principe abusivo ma a Poveri ma Ricchi, non ha molto da spartire. Ne parlo perchè se la giocheranno come miglior incasso, ( sul lungo probabilmente vincerà Siani , anche se sarà difficile ripetere gli incassi precedenti). Non so quale sia migliore tra i due. Forse questo, perchè più leggero, con un pizzico di romanticismo. Non due grandi film ma, tra gli ultimi, quelli non dico migliori ma meno peggio. Non ho riso molto, in verità. Forse perchè vedevo richiami ad altri film e attori, precedenti. Perchè è questo il punto. Se li isoliamo, non considerando il passato, sono due film da sei. Se li confrontiamo con le vecchie commedie, ne escono con le ossa rotte. Il mio paragone difatti si limita agli altri cinepanettoni di quest’anno. Siani, fa un po’ il verso a Troisi, ma c’ho visto anche Arena. Ovviamente siamo ben distanti. La sfiga vuole che la sera di Natale su Sky han mandato Ricomincio da Tre. Ma di che stiamo a parlare. Comunque, guardando questo Mister Felicità ho ritrovato spunti da Acqua e Sapone, Ricomincio da Tre, Wimbledon ( 2004), Le Comiche,  Indovina chi viene a Natale più altri. Abatantuono il ruolo di padre ultimamente lo fa spesso. Pure il rapporto di affetto tra Abatantuono e un pappagallo, pappagallino, lo avevamo già visto in Il peggior Natale della mia vita, seguito de La peggior settimana della mia vita, con De Luigi e Siani. In I babysitter , copiatura, leggasi riproposizione, della commedia francese di successo Babysitting, ( l’originale mi ha fatto ridere) il pappagallo che mi pareva, sbagliando, di ricordare era un pitone dai chiari richiami milanisti, Van Basten. In chiusura, per chi ha visto pochi film, questo Mister Felicità potrà sembrare un buon prodotto. Per favore però, lasciamo stare Troisi. E’ come paragonare un fiammifero al sole. Da vedere? Si, senza pensare al passato.

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C.T.V. – Murakami Haruki, Vento & Flipper

Fu in quel momento che, senza una ragione al mondo, tutt’a un tratto pensai: “Si, anch’io posso scrivere un romanzo!” Ricordo ancora perfettamente la sensazione che provai in quel momento: avevo afferrato qualcosa che era sceso volteggiando dal cielo. Non sapevo perché fosse venuto ad atterrare proprio sul palmo delle mie mani. Non lo capivo allora, e non lo capisco oggi. Ma era successo, qualunque fosse la ragione. era stata una sorta di rivelazione. O forse sarebbe stato meglio definirla un’epifania.  Tutto quello che posso dire è che la mia vita è cambiata drasticamente in quell’attimo, quando Dave Hilton, al Jungu Stadium, conquistò quella splendida seconda base.

 

Col senno del poi , quel risultato scadente era prevedibile. Non avevo mai scritto una riga in vita mia, e non era pensabile che fin dal primo tentativo sfornassi un bel romanzo. Il problema veniva dal fatto che mi ero proposto di creare qualcosa di alto livello. “ Visto che tanto non riesci a scrivere bene, – mi dissi allora, – lascia perdere i preconcetti su come dev’essere la letteratura, e racconta le cose come le senti, come le hai nella testa, liberamente, nel modo che più ti piace.”

Ascolta la canzone del vento

Continuò a osservarmi mentre mangiavo. – Allora ? Perché leggi sempre dei libri?

Mandai giù l’ultimo pezzo di merluzzo con un sorso di birra, misi via il piatto, poi presi L’educazione sentimentale che avevo posato accanto a me, e ne feci scorrere velocemente le pagine. – Perché Flaubert è ormai morto e sepolto, – risposi.

– Non leggi libri di scrittori viventi?

– Gli scrittori viventi non valgono niente.

– Perché?

– Perché quando una persona è morta, hai l’impressione di poterle perdonare quasi tutto, – risposi guardando una replica di Route 66 sul televisore portatile che si trovava al di là del bancone. Di nuovo il Sorcio si immerse nei suoi pensieri.

 

Il romanzo del Sorcio aveva due spunti buoni. Primo, non c’erano scene di sesso. Secondo, nessuno moriva. Tanto si sa che gli uomini vanno a letto con le donne, e muoiono. Quindi che bisogno c’è di ricordarglielo con un libro?

 

Civiltà significa comunicazione, – disse il dottore.

 

Le persone perbene non raccontano gli affari di famiglia agli estranei. Non trovi?

– E tu sei una persona perbene?

Ci pensò su una quindicina di secondi, poi rispose : – Vorrei diventarlo . Sul serio. Bè, tutti lo vorremmo, no?

 

Quando scrivo qualcosa, mi torna sempre in mente quel pomeriggio d’estate. E quella tomba, e la vegetazione tutt’intorno. E penso ogni volta : come sarebbe bello se potessi scrivere per le cicale, per le rane e per i  ragni … e per l’erba estiva e la brezza…

 

Voi siete il sale della terra.

– Mmh?

Ma se anche il sale perdesse il sapore, con che cosa si salerà?

 

Il suo protagonista muore due volte su Marte e una su Venere. Non c’è  una contraddizione in questo?

– Lei lo sa come scorre il tempo, nel cosmo? – gli domandò in risposta Heartfield.

– No, – disse il giornalista, – ma nessuno lo sa.

– E che senso avrebbe scrivere un romanzo su qualcosa che sanno tutti?

 

Fra le opere di Hreartfield c’è un racconto intitolato I pozzi su Marte

 

Lei uscì dal cancello poco dopo le cinque. Indossava una Lacoste rossa e una minigonna bianca di cotone, aveva legato i capelli alla nuca e messo gli occhiali. In una settimana era invecchiata di circa tre anni. Forse era colpa della pettinatura e degli occhiali.

 

Dopo tanto tempo, sentivo il profumo dell’estate. L’odore di salsedine, i fischi lontani delle navi, la sensazione della pelle di una ragazza, l’aroma del suo balsamo per capelli, il vento della sera, le profonde speranze e i dolci segni insensati … Eppure non era più la stessa cosa … come carta carbone fuori posto, tutto era un po’ sfasato rispetto ad un passato irripetibile.

 

Rimase in silenzio per un po’. Un silenzio che, come un deserto, inghiottiva in un attimo nella sua aridità tutte le parole che avevo da dire, lasciandomi in bocca soltanto un gusto amaro.

 

Il calendario del locale era aperto alla pagina del 26 agosto. Chi dà senza rimpianti, riceverà sempre, diceva la scritta in basso.

 

Non ho intenzione di dire che se non avessi incontrato Derek Heartfield forse non avrei mai scritto un romanzo. Però sono convinto che avrei seguito un percorso del tutto diverso.

 

Flipper , 1973

 

Annuii. Poi restammo entrambi in silenzio per una trentina di secondi, a guardare distrattamente il fumo delle sigarette che faceva giravolte nei raggi di sole.

 

A cinque minuti dalla stazione, lungo la ferrovia, viveva un artigiano che scavava pozzi.

 

A me i pozzi piacciono. Ogni volta che ne vedo uno, non resisto alla tentazione di gettarvi dento un sasso.  Non c’è rumore più confortante per me di quello che fa un sasso quando colpisce la superficie dell’acqua in un pozzo.

 

Sulla Piazza Rossa ancora oggi si erge la statua di bronzo delle quattro renne. Che guardano una a est, una a nord, una a ovest, una a sud. Nemmeno Stalin riuscì a far abbattere quella statua. La gente che visita Mosca dovrebbe andare sulla Piazza Rossa il sabato mattina. Potranno vedere uno spettacolo rincuorante: ragazzini delle medie – le guance arrossate e il fiato bianco nell’aria gelida – che strofinano e puliscono bene bene le renne.

 

Le lenze non avevano il minimo fremito, sembravano aghi d’argento conficcati nello stagno.

 

Metti che oggi muoia qualcuno, ad esempio, – disse il tipo che veniva da Venere, un ragazzo tranquillo. – Noi non saremmo tristi. Quando le persone sono vive le amiamo, ma dopo le rimpiangiamo.

 

Il Sorcio passava pomeriggi tranquilli su una sedia a sdraio di vimini. Se abbassava pigramente le palpebre, sentiva fluire il tempo attraverso il suo corpo, come una dolce corrente d’acqua. In questo modo trascorreva le ore, i giorni, le settimane.

 

Il faro sapeva sempre segnalare il momento esatto in cui il giorno cedeva il passo alla notte. In un tramonto favoloso o in una buia serata di nebbia, la sua precisione era infallibile nel cogliere quell’istante in bilico tra luce e buio.

 

 

Il telefono squillava. Qualcuno aveva qualcosa da dire a qualcun altro, pensavo. Io di telefonate non ne ricevevo quasi mai. Perché non c’era nessuno che avesse qualcosa da dirmi, perlomeno nessuno che mi volesse dire quello che io volevo sentire.

 

Quanto dovevo camminare per trovare il mio posto? Dov’era? Ci pensai a lungo, ma tutto quello che mi venne in mente fu la carlinga di un aereo kamikaze.  Che idiozia! Tanto per cominciare, gli aerei kamikaze erano ormai fuori uso da trent’anni.

 

Trascorsi alcuni giorni, il Sorcio si accorse che la relazione con lei si stava dilatando dentro di sé, come un morbido cuneo infilatosi nella sua vita quotidiana. Si sentiva lentamente trafiggere da qualcosa. Ogni volta che ricordava le braccia sottili della donna aggrappate al suo corpo, un moto di tenerezza si espandeva nel suo cuore.

 

Il cielo era sempre coperto. Durante il pomeriggio era diventato ancora più grigio, più scuro. Minaccia pioggia, pensai sporgendo la testa dalla finestra. Uccelli autunnali attraversarono l’orizzonte. Si sentiva quel rombo sordo generato da un insieme di suoni eterogenei : la metropolitana, hamburger sulla griglia, macchine sulle autostrade, porte automatiche che scivolano avanti e indietro.

 

Quel cimitero aveva assunto un significato profondo nella prima infanzia del Sorcio. Quando era liceale e non aveva ancora la patente, era andato su e giù per la strada lungo il fiume con una moto 250, la ragazza di turno sul sellino posteriore. Faceva l’amore con lei guardando in basso le luci della città, sempre le stesse. Profumi diversi gli erano arrivati alle narici, poi si erano dissolti. Sogni diversi, delusioni diverse, promesse diverse. Ma alla fine tutto era svanito allo stesso modo.

 

Da quando aveva incontrato quella donna, la vita del Sorcio era diventata una costante ripetizione, settimana dopo settimana. Gli era difficile persino tenere il conto dei giorni. Che mese era ? ottobre, forse? Boh … Il sabato la vedeva, poi dalla domenica al martedì viveva nel ricordo di quell’incontro. Il giovedì, il venerdì e parte del sabato li passava in attesa. Restava soltanto il mercoledì a vagare nell’aria, senza un posto dove andare. Senza poter né avanzare né tornare indietro. Ah, quei mercoledì …

 

Dopo qualche esitazione prese la direzione del mare, e arrivato alla strada che costeggiava la riva sostò in un punto dal quale si vedeva il palazzo dove abitava lei. Solo metà delle finestre erano illuminate. Attraverso le tende si intravedevano figure umane. L’appartamento della donna era buio. Anche la lampada sul comodino era spenta. Probabilmente stava dormendo. Provò un’acuta nostalgia.

 

Sei stato felice con lei?

– Viste da lontano, – dissi inghiottendo un pezzo di aragosta, – quasi tutte le cose sembrano belle.

 

Un giorno qualcosa cattura il nostro spirito. Magari un’inezia. Un bocciolo di rosa, un cappello andato perso, una maglia che ci piaceva quando eravamo bambini, un vecchio disco di Gene Pitney … una serie di cose insignificanti senza un posto dove andare. Per due o tre giorni quel pensiero si aggira nella nostra mente, poi se ne torna nel buio da cui era venuto … Ci sono pozzi profondi nel nostro animo. E sopra quei pozzi gli uccelli volano avanti e indietro.

 

Mi lanciò uno sguardo sospettoso. Neanche fossi una ciambella caduta per terra.  – La sala giochi?

– Si. Era qui fino a poco tempo fa.

– Non ne so nulla, – rispose lei scuotendo con indolenza la testa. Nessuno ricordava nulla di quanto era accaduto solo il mese prima. Ecco in che genere di città vivevo. Vagai per le strade in preda ad un umore lugubre. La mia “astronave” a tre palette se n’era andata, e nessuno sapeva dove fosse finita. Così smisi di giocare a flipper. A tempo debito, tutti smettono di giocare a flipper. Punto.

 

– “ Non c’è significato in ciò che si perde. La gloria di quanto è destinato a essere perso non è vera gloria”, citai.

 

Il Sorcio non vide più la donna. Smise anche di guardare le luci alle finestre del suo appartamento. Evitò addirittura di andare nei paraggi. Per un po’ di tempo qualcosa fluttuò nelle tenebre del suo cuore, poi scomparve, come il filo di fumo che si alza dalla fiamma di una candela quando viene spenta. Seguì un cupo silenzio. Un silenzio che si sfogliò strato dopo strato, finché rimase … rimase cosa? Il Sorcio stesso non lo sapeva.

 

Ogni cosa si ripeteva … Tornai indietro ripercorrendo la stessa strada, nell’appartamento inondato dalla luce autunnale ascoltai il disco che loro mi avevano lasciato, Rubber Soul, mi feci un caffè. Per il resto della giornata guardai la domenica passare davanti alle mie finestra. Una domenica di novembre così tranquilla da rendere ogni cosa trasparente.

Blood Father, film 2016

Mel Gibson, stile barbone, pare un vecchio decrepito oramai sul viale del tramonto. Per salvare la figlia da un cartello della droga, ( che novità),  tornerà ad essere quello che tutti conosciamo, un duro che non si ferma mai. Film d’azione che certamente soddisferà i fan del muscoloso Mel, ( 61 anni, lol),  Blood Father scorre veloce fino ai titoli di coda. Non un capolavoro ma certamente godibile. Da vedere? Si. Comunque qualcuno dovrebbe creare un nome nuovo, per indicare un certo genere di film, una roba tipo geriatric action. Stallone 70, Schwarzegger 69,  Ford 74, Norris 76, Seagall 64. Per Willis, 61, c’è ancora un po’ di tempo. Ed è subito The expandables IV . 2018. Si gioca. Lo andrò a vedere sicuramente.

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