C.T.V. , Guy de Maupassant , Forte come la morte

Forse anche l’entusiasmo improvviso della società per le sue opere eleganti , raffinate e corrette, aveva influenzato il suo carattere impedendogli di essere quello che sarebbe normalmente divenuto. Dopo il trionfo iniziale , era sempre turbato dal desiderio di piacere che, senza rendersene conto, modificava segretamente la sua strada, attenuava le sue convinzioni. Questo desiderio di piacere appariva, d’altronde, in lui sotto tutte le forme, e aveva molto contribuito alla sua gloria.

 

Lei si lasciava ammirare , contenta di essere bella e piacergli. Non più giovanissima, ma ancora bella, non molto alta, leggermente appesantita, ma fresca, con quello splendore che dà alla carne di quarant’anni un sapore di maturità, sembrava una di quelle rose che rimangono schiuse per troppo tempo , finché eccessivamente fiorite avvizziscono in un’ora. Conservava sotto i capelli biondi la grazia vivace e giovanile di quelle parigine che non invecchiano, che hanno in sé una sorprendente forza vitale, una scorta inesauribile di resistenza, e che per vent’anni restano uguali, indistruttibili e trionfanti , attente prima di tutto al loro corpo ed econome della loro salute.

 

Conoscendo tutti dovunque, lui come artista davanti al quale tutte le porte erano aperte, lei come moglie elegante di un deputato conservatore,  erano esercitati nello sport della conversazione francese fine e banale, amabilmente malevola, inutilmente spiritosa, volgarmente raffinata, che dà una reputazione particolare e invidiatissima a coloro la cui lingua si è assottigliata in quel cicaleccio maldicente.

 

Dietro ai sorrisi e all’ammirazione, che nelle donne è sempre un poco menzognera, egli indovinava l’ignorante pregiudizio di chi si giudica di natura superiore. Ne risultava in lui un piccolo guizzo d’orgoglio, modi più rispettosi, quasi alteri, e, insieme ad una vanità dissimulata da parvenu trattato come pari da principe e principesse, la fierezza dell’uomo che deve alla propria intelligenza una situazione analoga a quella data agli altri dalla nascita.

 

Era civetta, ma di una civetteria aggressiva e prudente, che non si spingeva mai troppo oltre. Le piacevano i complimenti, la lusingavano i desideri che ispirava, purché potesse far vedere di ignorarli ; e quando si era sentita per tutta una sera in un salotto incensata dai complimenti, dormiva bene, come donna che ha compiuto la propria missione sulla terra.

 

Le piaceva anche perché era bello, forte e celebre ; non esiste una donna , anche se non lo ammette, che possa rimanere indifferente alla bellezza fisica e alla fama.

 

nei cuori più puri il desiderio soffia a volte come un colpo di vento che spazza la volontà.

 

Come tanti altri che non lo confessano , egli aveva sempre atteso l’incontro impossibile, l’amore raro, unico, poetico e appassionato, il cui sogno aleggia sui nostri cuori.

 

Trasportata verso di lui dal suo cuore, che era vergine, e dalla sua anima, che era vuota, la carne conquistata dal lento dominio delle carezze, ella si legò a poco a poco a lui, come fanno le donne tenere, che amano per la prima volta. In lui, fu una crisi di amore violento, sensuale e poetico. Gli sembrava, talvolta, di essersi un giorno alzato in volo, con le mani tese, e di aver potuto stringere realmente il sogno alato e magnifico che aleggia sempre sulle nostre speranze.

 

In lei, al contrario, aumentava senza posa l’attaccamento appassionato, ostinato di certe donne che si danno ad un uomo interamente e per sempre. Oneste e rette nell’adulterio, come avrebbero potuto esserlo nel matrimonio, esse si votano ad un affetto unico, da cui niente le distoglierà.

 

Questi era un anziano uomo d’ingegno, che sarebbe forse potuto diventare un uomo di valore, e che non si consolava di ciò che non era riuscito ad essere.

 

Dava l’impressione di essere un magazzino di idee, uno di quei vasti negozi, dove non si trovano mai oggetti rari, ma dove abbondano, a buon mercato, quelli di ogni genere, e di ogni provenienza, dagli utensili casalinghi fino ai più comuni strumenti di fisica o di chirurgia domestica.

 

Essi vivono” proseguì, ” accanto a tutto, senza vedere niente e partecipare a niente ; accanto alla scienza che ignorano ; accanto alla natura che non sanno guardare ; accanto alla felicità, perché non riescono con intensità a godere nulla ; accanto alla bellezza del creato e alla bellezza dell’arte di cui parlano senza essersene mai accorti e addirittura senza credervi, poiché ignorano il piacere di gustare le gioie della vita e della intelligenza. Sono incapaci di legarsi a una cosa, sino ad amarla come esclusiva, di interessarsi a niente, sino ad essere illuminati dalla felicità di capire.”

 

Si intuiva, vedendolo, uno di quegli uomini nei quali tutte le membra sono più esercitate della mente, e che amano solo le cose in cui si sviluppano la forza e l’attività fisica.

 

Anch’io ho sempre un ritorno di linfa in aprile, che mi fa spuntare qualche foglia, una mezza dozzina al massimo, poi si fonde in insensibilità; non ci sono mai frutti.”

 

Il circolo è una famiglia” diceva, “ la famiglia di coloro che ancora non ce l’hanno, di coloro che non l’avranno mai, e di coloro che si annoiano nella loro.”

 

Olivier Bertin adorava la musica, come si adora l’oppio. Lo faceva sognare.

 

Bertin sentiva risvegliarsi in sé dei ricordi, quei ricordi scomparsi, annegati nell’oblio, e che d’improvviso, non si sa perché, ritornano. Sorgevano rapidi, di ogni sorta, nello stesso tempo, così numerosi che provava la sensazione di una mano che andasse smuovendo la sua memoria limacciosa. Si domandava perché avvenisse quel ribollio della sua vita trascorsa, che già parecchie altre volte meno di oggi però, aveva sentito e notato. Esisteva sempre una causa per quelle improvvise rievocazioni, una causa materiale e semplice, un odore, spesso un profumo.  Quante volte un abito femminile gli aveva trasmesso passando, con l’effluvio evanescente di una essenza, tutta una serie di episodi cancellati! Anche in fondo a vecchi flaconi di profumi spesso aveva ritrovato particelle della propria esistenza ; e tutti gli odori vaganti, quelli delle strade, dei campi, delle case, dei mobili, quelli dolci e quelli cattivi, gli odori caldi delle sere d’estate, quelli freddi delle serate invernali, rianimavano sempre in lui lontane reminiscenze, quasi che le essenze conservassero in sé le cose morte imbalsamate, nella stessa maniera degli aromi che conservano le mummie.

 

Ed egli trasalì sino al cuore.

 

Quanto basta poco per commuovere il cuore di un uomo che invecchia, nel quale il ricordo si trasforma in rimpianto!

 

Non è necessario essere gelosi per trovare che un uomo è di troppo.

 

Egli restava in piedi senza decidersi ad andarsene, poiché non aveva potuto esternarle quasi nulla di quanto era venuto a dirle, e la sua mente restava colma delle cose inespresse, gonfia di vaghe effusioni che non erano scaturite.

 

I pittori e gli scultori si erano raggruppati attorno alle statue, di fronte al buffet, e discutevano, come tutti gli anni, sostenendo o attaccando le stesse idee, con gli stessi argomenti, su opere quasi uguali. Olivier, che normalmente si animava in queste discussioni, avendo la prerogativa delle risposte e degli attacchi sconcertanti, e una reputazione di teorico arguto di cui andava fiero, fece di tutto per appassionarsi , ma ciò che rispondeva per consuetudine non lo interessava più di quello che ascoltava, e aveva voglia di andarsene, di non ascoltare più, di non capire oltre poiché sapeva già cosa si sarebbe detto su quelle vecchie questioni artistiche delle quali conosceva tutti gli aspetti. Eppure, amava queste cose, o le aveva amate sino ad allora in maniera quasi esclusiva : ma quel giorno era distratto da una preoccupazione sottile ma tenace, una di quelle piccole inquietudini che sembrano non doverci riguardare , ma che sono là, malgrado tutto, per quanto si dica o si faccia, attaccate al pensiero come una spina invisibile conficcata  nella carne.

 

L’ombra dei platani stende ai piedi degli alberi, sui marciapiedi infuocati, una strana macchia quasi liquida come acqua versata che vada asciugandosi. L’immobilità delle foglie sui rami, e della loro forma grigia sull’asfalto, esprime la stanchezza della città arrostita, sonnecchiante e gocciolante di sudore come un operaio addormentato su una panchina, sotto il sole. Sì, la birbona suda e puzza orribilmente, attraverso le bocche delle fogne, attraverso gli sfiatatoi delle cantine e delle cucine, attraverso i rigagnoli dove scorre la sporcizia delle sue strade.

 

Uno scapolo deve essere giovane, curioso, avido.

 

Forse anche da voi deriva l’angoscia che mi fa soffrire, perché è il desiderio del vostro contatto, della vostra presenza, dello stesso tetto sul nostro capo, delle stesse pareti che racchiudono la nostra esistenza, dello stesso interesse che stringa i nostri cuori, il bisogno di questa unione di speranze, dolori, piaceri, gioia, tristezza, e anche di cose materiali che genera in me tanto affanno. Voi siete mia, vuol dire cioè che rubo ogni tanto un po’ di voi. Ma io vorrei respirare per sempre la stessa aria che voi respirate, dividere tutto con voi, adoperare solo cose che appartenessero a noi due, sentire che tutto quello per cui vivo è tanto vostro quanto mio, il bicchiere dove bevo, la sedia dove riposo, il pane che mangio, il fuoco che mi scalda. Addio, tornate presto. Soffro troppo lontano da voi.

 

Più lontano, sotto gli alberi, la luna faceva scivolare fra i rami una pioggia di raggi sottili, che arrivavano fino a terra bagnando le foglie e si spandevano sulla strada in piccole pozzanghere di luce gialla.

 

era divenuta bella all’ombra dei muri e non al sole del cielo.

 

Era religiosa come molte parigine. Credeva in Dio senza alcun dubbio, non potendo ammettere l’esistenza dell’universo senza l’esistenza di un creatore.

 

E formulò tale constatazione con questo sofisma rassicurante :  si ama una sola volta. Il cuore può commuoversi spesso incontrando un altro essere, poiché ciascuno suscita negli altri attenzioni e repulsioni. Tutte queste influenze fanno nascere l’amicizia, i capricci, la concupiscenza, passioni intense e passeggere, ma non il vero amore. Perché un tale amore esista, è necessario che due esseri siano talmente fatti l’uno per l’altro, che si trovino uniti uno all’altro da tanti motivi, da tanti gusti simili, da tante affinità della carne, dello spirito, del carattere, che si sentano avvinti da tante cose di ogni genere, da formare un unico insieme di legami. Quel che si ama, insomma, non è tanto la signora X … o il signor Z… , è una donna o un uomo, una creatura senza nome, uscita dalla natura, quella grande femmina, con organi, forma, un cuore, uno spirito, un modo di essere generale, che attirino come una calamita i nostri organi, i nostri occhi, le nostre labbra, il nostro cuore, il nostro pensiero, tutti i nostri appetiti sensuali e intellettuali. Si ama un tipo, cioè l’insieme, in una sola persona, di tutte le qualità umane che possono sedurci isolatamente nelle altre.

 

La guardava senza pensare , saziandosi della sua vista come di una cosa abituale e buona, di cui fosse stato privato, bevendola in maniera sana come si beve l’acqua, quando si ha sete.

 

Le idee fisse hanno la tenacia corrosiva delle malattie incurabili. Una volte entrate in un’anima, la divorano, non la lasciano più la libertà di pensare a nulla, di prendere gusto a qualsiasi altra cosa.

 

Si è mai saputo perché un volto femminile ha, improvvisamente, su di noi la forza di un veleno? Sembra di averlo bevuto con gli occhi, sembra che sia divenuto il nostro pensiero e la nostra carne! Ne rimaniamo ubriachi, pazzi, si vive per quell’immagine assorbita, e si vorrebbe morirne! Come si soffre, a volte, per quel potere feroce e incomprensibile della forma di un volto sul cuore di un uomo!

 

Presto si ritrovò sul boulevard coperto di foglie morte. Queste non cadevano più, dato che le ultime erano state staccate da una raffica prolungata. Il tappeto rosso e giallo da loro formato, fremeva, si muoveva, ondeggiava da un marciapiede all’altro, sotto le spinte più forti del vento che aumentava. Improvvisamente , una specie di mugghio percorse i tetti, il grido animalesco della tempesta che passa e, nello stesso tempo, una folata impetuosa di vento, che sembrava venire dalla Madeleine, si ingolfò nel boulevard. Le foglie, tutte le foglie cadute, che sembravano aspettarlo, si sollevarono al suo avvicinarsi. Correvano davanti a lui, ammassandosi, roteando, alzandosi in spirali fino ai comignoli delle case.  Il vento le cacciava come un gregge impazzito che volava, fuggiva verso le porte di Parigi, verso il cielo della periferia.

 

Bertin aveva chiuso gli occhi. Da un mese qualsiasi cosa vedesse, provasse, qualsiasi cosa incontrasse nella vita, diveniva immediatamente una specie di accessorio della sua passione. Gettava il mondo e se stesso in pasto a quell’idea fissa. Tutto ciò che vedeva di bello, di raro, tutto ciò che immaginava di attraente, l’offriva subito mentalmente alla sua piccola amica, e non aveva più un’idea che non richiamasse il proprio amore.

 

Il pittore lo lasciava dire senza ascoltarlo, tenendolo per il braccio, sicuro di portarlo in breve tempo a parlare di lei, e camminava senza vedere nulla attorno a sé, imprigionato nel suo amore.

 

Vedendolo soffrire così, si rassegnò e si diresse verso il mobile. Aprendo il cassetto, lo scorse pieno fino all’orlo di un fitto strato di lettere ammassate le une sulle altre ; e riconobbe sopra tutte le buste le due righe dell’indirizzo che aveva così spesso scritto. Conosceva quelle due righe  – il nome di un uomo, il nome di una strada – come il proprio nome, come solo si possono conoscere le poche parole che hanno rappresentato nella nostra vita tutta la speranza e tutta la felicità. Guardava quelle piccole cose quadrate che contenevano tutto ciò che aveva potuto strappare da se stessa per darlo a lui, con un poco d’inchiostro, sopra un foglio bianco.

 

La contessa immobile, sentiva aumentare nell’anima un’intollerabile paura. Era assalita da incubi ; idee spaventose turbavano la mente ; le sembrò che le dita di Olivier si stessero raffreddando tra le sue.  Era vero? No, certamente ! Eppure da dove le era venuta quella sensazione di un contatto inesprimibile e gelido? Si sollevò, vinta dallo spavento, per guardare il viso di lui. Era disteso, impassibile, inanimato, indifferente ad ogni miseria, reso quieto improvvisamente dall’Eterno Oblio.

Guy de Maupassant

Sto terminando di leggere Forte come la morte , quinto romanzo di Guy de Maupassant. Ne vide pubblicato un altro, Il nostro cuore,  poi dovette interrompere per i sintomi della sifilide. In circa 10 anni, pur con la malattia che si affacciava nella sua vita e progrediva costantemente, scrisse sei romanzi, 300 racconti e varie opere minori. Ne parlo perchè, ogni volta che mi capita di leggere qualcosa di suo, resto meravigliato. Ha scritto cose magnifiche a un ritmo incredibile. Probabilmente la sua opera più famosa è Bel Ami , ma io sono profondamente legato a Mont Oriol. Mi piacciono tutte ma a Mont Oriol son più legato. Purtroppo questo gioiello è assai difficile da scovare in Italia. Io ne posseggo una vecchia edizione, che ha tutta una sua storia, che serbo come un gioiello. Scrivo di de Maupassant perchè andrebbe letto almeno una volta nella vita. Ci sono tantissimi scrittori famosi ma lui, più di altri, merita una possibilità. Cercatelo e leggetelo. Merita. E’ un ottimo investimento.

Smetto Quando Voglio – Masterclass, film 2017

Credo di essere uno dei pochissimi in Italia a cui Smetto Quando Voglio – Masterclass non è piaciuto. Non è brutto, come film, ma neppure bello. Vederlo mi è sembrato una perdita di tempo, un cattivo investimento. Mi ha lasciato indifferente. Anche Edoardo Leo e Stefano Fresi, che solitamente mi piacciono molto, non mi hanno regalato sorrisi. Alla fine della fiera , mi è parso solo un ponte per giungere al futuro terzo capitolo. Ho letto solo critiche stupende. Boh? Non mi sembra una mezza cagata ma , allo stesso tempo, non mi pare manco un buon film. Il sei lo merita, ma mi ha lasciato insoddisfatto. Molto. Da vedere? Fate un po’ come vi pare. Di certo sarà meglio, non che ci voglia molto, delle 50 sfumature. Nel frattempo, le 50 sfumature hanno superato gli 8 milioni di incasso in 5 giorni. Che tristezza.

Il grande Gatsby, film 2013

Aver visto il film dopo aver letto il libro, lo ha reso sicuramente peggiore di quanto non sia in realtà. E’ un filmone, non vuole essere un complimento, a livello di effetti. Il regista cerca di stendere lo spettatore con i colori sgargianti e le luci abbaglianti,  ma non centra il cuore del libro. Io sono rimasto deluso dal non aver trovato espressi quei punti, quelle frasi, quei momenti che più mi avevano conquistato durante la lettura. Il regista, che del film è pure sceneggiatore e produttore, è andato da un’altra parte rispetto al mio sentire. Se non si basasse su un capolavoro della letteratura americana, se non avesse alle spalle un gigante, allora potrebbe pure essere un buon film. Purtroppo però, per fortuna dei lettori come me, Il grande Gatsby è prima di tutto una grande opera letteraria. Come sempre o quasi, il film non è all’altezza del libro. Da vedere? Si, dimenticandosi, quei pochi che l’hanno fatto, di  aver letto il libro.

Di  Baz Luhrmann, con Leonardo DiCaprio, Carey Mulligan, Joel Edgerton, Tobey Maguire, Elizabeth Debicki

 

Incarnate – Non potrai nasconderti , film 2016

Niente di nuovo sotto il sole. Il film è discreto e nulla più, facendo una media tra il buon inizio e il resto del film al di sotto delle aspettative. Forse sono stato fin troppo generoso. A 6 non arriva, se divessi dare un voto.  Una visione diversa sulla possessione demoniaca.  Il protagonista, Aaron Eckhart, è uno scienziato che cura le possessioni entrando nella mente del posseduto, espellendone il demone/ parassita. Vittima, tanto per cambiare, è un ragazzino buono e un po’ sfigato. Il demone, manco a dirlo, è cattivissimo ed ha un pregresso col protagonista, avendogli ucciso moglie e figlio. La mamma del posseduto è un volto noto per chi segue Il trono di spade. Si tratta di Carice van Houten, la rossa Melisandre. Il film, come detto, parte da un’idea realativamente nuova per il genere Horror ma la sviluppa male. Ne risulta un incrocio tra film del passato, come Il tocco del Male, L’esorcista, Constantine , Insidious e Inception e serie Tv come The exorcist e Supenatural. Un bel mix che mischia tutto e regala un film insoddisfacente per chi è appassionato del genere. Non mette manco paura, anche perchè il genere è stra abusato. Passando al personale, per alcuni anni sono stato amico di un esorcista. Passavo del tempo con lui, parlando di molte cose, tra cui la fede e i Vangeli, in special modo quello di Giovanni. Normale che il discorso, qualche volta, sia caduto anche sulle possessioni. Beh. Mi ha raccontato cose che mi hanno scosso e che, a ripensarci, mi emozionano ancora. Un racconto può spaventare assai più di un filmetto. Questo poi non mette paura per nulla. Da vedere? Se amate il genere, no.

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Cinquanta sfumature di grigio

In due giorni, giovedì e venerdì, ha fatto quasi due milioni e mezzo di incasso. Non vedo l’ora di leggere i dati domani mattina. Ogni volta resto stupito di come questi riescano a pescare tanto usando solo un retino. Galline all’attacco. Mi spiace, non ci posso far niente. La cosa migliore che posso pensare di una che va a vedere un simile capolavoro è che sia una repressa. Vabbè, non tutte. C’è pure chi va con le amiche e/o per farsi quattro risate. Le altre? Semel in anno licet insanire. E’ pure carnevale. Peccato però che il bel cinema arranchi rispetto a una simile munnezza.

Man in the Dark, film 2016

La cosa più affascinante, perchè anche il brutto attira, è l’aver cambiato titolo . In origine questo film si chiamava Don’t Breath, che sarebbe Non respirare, ( sennò lui ti sente). In Italia è diventato Man in the Dark. Funziona, visto che ci sono scene al buio, ma il titolo originale era bello, funzionale e appunto originale. Io sono dell’idea, da sempre, che non bisognerebbe cambiare quasi mai titolo ad un’opera. Altra cosa : questo non è un film Horror. Non ci va manco vicino. E’ un thriller discreto, questo si. Un gruppo di ragazzi, dopo vari furti, cerca di fare il colpo grosso in casa di un veterano. L’uomo, non vedente, è stato risarcito per la morte della figlia in un incidente stradale. L’ex militare vive, in compagnia di un cane, in una villetta isolata. Ovviamente nulla andrà come previsto. Fino a metà film, suppergiù, lo spettatore è portato a tifare per il padre solitario. In seguito accadranno cose che ribalteranno il punto di vista dello spettatore e di conseguenza il suo tifo. Il film è stato prodotto, anche, da Sam Raimi. C’è una scena, con del liquido, che mi ha fatto pensare a lui. Robbetta cmq. Era da molto che volevo vedere questo film e alla fine non dico che sia stato tempo perso ma quasi. Da vedere? Se uno cerca un horror, con un film del genere, scusate la volgarità, ci si sciacqua le palle. Se cerca altro, allora ok. Non è male, ma mi aspettavo altro. Se cerchi il salato e ti servono il dolce, ti adombri.

Di Fede Alvarez con Dylan Minnette, Jane Levy, Stephen Lang, Daniel Zovatto

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C.T.V. , Il grande Gatsby, Francis Scott Fitzgerald

Negli anni più vulnerabili della giovinezza , mio padre mi diede un consiglio che non mi è più uscito di mente.

– Quando ti vien voglia di criticare qualcuno, – mi disse, – ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu.

 

Sarei ridiventato il più limitato di tutti gli esperti, “l’uomo versato un po’  in tutto”. Questa non è soltanto una battuta di spirito : dopo tutto la vita si osserva con maggior vantaggio da una finestra sola.

 

Il marito di Daisy, tra le varie doti fisiche, aveva quella di essere una delle ali più potenti che mai avessero giocato a calcio a New Heaven ; era, per così dire, una figura nazionale, uno di quegli uomini che raggiungono a ventun anni una fama così ben definita che tutto ciò che fanno dopo perde al confronto ogni importanza.

 

La moglie era stridula, languida, bella e orribile.

 

Sotto l’influsso del vestito anche la sua personalità aveva subito un cambiamento. La vitalità intensa che era apparsa così notevole  nella rimessa si era trasformata in una alterigia impressionante. Il riso, i gesti, le affermazioni, divennero di momento in momento sempre più violentemente affettati e con l’espandersi di lei la stanza si fece sempre più piccola, finché parve che la donna girasse su un perno rumoroso e scricchiolante nell’aria piena di fumo.

 

Avevo voglia di uscire a passeggio verso il parco nel crepuscolo tenero, ma ogni volta che cercavo di andarmene mi trovavo immischiato in qualche strana discussione stonata che mi inchiodava sulla seggiola come se vi fossi legato con una corda.

 

Erano le nove … quasi subito dopo guardai l’orologio ed erano le dieci. Il signor McKee era addormentato su una seggiola coi pugni chiusi in grembo ; pareva la fotografia di un uomo d’azione. Presi il fazzoletto e gli tolsi dalla guancia la macchia di crema rinsecchita che mi aveva turbato per tutto il pomeriggio. Il cagnolino era seduto sulla tavola e guardava con occhi accecati dal fumo, gemendo fievolmente di quando in quando. La gente scompariva, ricompariva, decideva di andare da qualche parte e poi si perdeva, si cercava e si ritrovava pochi passi più in là.

 

Ciascuno si sospetta dotato di almeno una delle virtù cardinali, ed ecco la mia: sono una delle poche persone oneste che io abbia mai conosciute.

 

Una frase cominciò a martellarmi nelle orecchie con una specie di eccitamento impetuoso : “ Ci sono soltanto perseguitati e persecutori, affaccendati e stanchi”.

 

Gli americani, per quanto disposti e perfino impazienti di essere servi della gleba, sono sempre stati riluttanti all’idea di aver l’aspetto di contadini.

 

Quando andai a salutare vidi che era ritornata sul viso di Gatsby l’espressione stupita, come se gli fosse nato un lieve dubbio sull’entità della felicità presente. Quasi  cinque anni! Perfino in quel pomeriggio dovevano esserci stati momenti in cui Daisy non era riuscita a stare all’altezza del sogno, non per colpa sua, ma a causa della vitalità colossale dell’illusione di lui che andava al di là di Daisy, di qualunque cosa. Gatsby vi si era gettato con passione creatrice, continuando ad accrescerla, ornandola di ogni piuma vivace che il vento gli sospingesse a portata di mano. Non c’è fuoco né gelo tale da sfidare ciò che un uomo può accumulare nel proprio cuore. Quando lo fissai , si riprese visibilmente. Teneva fra le sue una mano di lei e, quando Daisy gli disse qualcosa all’orecchio, le si avvicinò in uno slancio di emozione. Credo che quella voce lo avvincesse col suo calore fluttuante e febbrile soprattutto perché non poteva superare il sogno : quella voce era un canto immortale. Mi avevano dimenticato, ma Daisy alzò lo sguardo e tese la mano; Gatsby non mi riconobbe affatto. Li guardai ancora una volta e mi restituirono lo sguardo, remoti, dominati da una vita intensa. Poi uscii dalla stanza e scesi i gradini di marmo nella pioggia, lasciandoli soli.

 

Era James Gatz che bighellonava quel pomeriggio sulla spiaggia in un maglione verde consunto e in un paio di calzoni di tela, ma fu già Jay Gatsby a farsi prestare una barca a remi, per accostarsi al Toulomee e informare Cody che poteva venir sorpreso da un colpo di vento e affondare in mezz’ora. Probabilmente già allora teneva il nome pronto da un pezzo. I suoi genitori erano contadini fossilizzati e falliti : la sua fantasia non li aveva del resto mai accettati come genitori. La verità è che Jay Gatsby di West Egg, Long Island, era scaturito da una concezione platonica di se stesso. Era un figlio di Dio – frase che, se vuol dire qualcosa, vuol dire proprio questo – e doveva continuare l’opera del padre mettendosi al servizio di una bellezza vistosa, volgare, da prostituta. Così inventò con Jay Gatsby il tipo che poteva venir inventato da un diciassettenne e rimase fino alla fine fedele a questa concezione.

 

E’ inevitabilmente sconfortante guardare  attraverso nuovi occhi cose alle quali abbiamo già applicato la nostra visuale.

 

Daisy incominciò a cantare seguendo la musica in un roco bisbiglio ritmico, donando ad ogni parola un significato che non aveva mai avuto e non avrebbe avuto mai più. Quando la melodia si levò, la voce si aprì dolcemente a seguirla, come fanno le voci di contralto, e ogni nota riversò nell’aria un po’ della sua calda magia umana.

 

Cadevano le foglie. Erano giunti a un luogo dove non c’erano alberi e il marciapiede era bianco sotto il chiaro di luna. Qui si erano fermati, e si erano voltati l’uno verso l’altra. Era una notte fresca ; c’era quell’esaltazione misteriosa che viene durante i due cambiamenti di stagione dell’anno. Le luci tranquille delle case ronzavano nell’oscurità , c’era un fruscio e un bisbiglio tra le stelle. Con la coda dell’occhio, Gatsby vedeva che gli edifici sui marciapiedi costituivano una vera e propria scala e salivano a un luogo al disopra degli alberi ; poteva arrampicarvisi e, se lo faceva da solo, una volta in cima avrebbe potuto succhiare la linfa della vita, trangugiare il latte incomparabile della meraviglia. Il cuore gli batteva sempre più in fretta mentre il viso bianco di Daisy si accostava al suo. Sapeva che baciando quella ragazza , incatenando per sempre le proprie visioni inesprimibili all’alito perituro di lei, la sua mente non avrebbe più spaziato come la mente di Dio. Così aspettò, ascoltando ancora un momento il diapason battuto su una stella. Poi la baciò. Sotto il tocco delle sue labbra Daisy sbocciò per lui come un fiore, e l’incarnazione fu completa. In tutto quello che mi disse, perfino nel suo sentimentalismo impressionante, ritrovai qualcosa : un ritmo sfuggente, un frammento di parole perdute, che avevo udito da qualche parte molto tempo prima. Per un momento una frase cercò di prender forma nella mia bocca, e le labbra si schiusero come quelle di un muto, come se non fossero trattenute soltanto da un filo di aria stupita. Ma non diedero suono, e ciò che avevo quasi ritrovato divenne inesprimibile per sempre.

 

Daisy ha una voce indiscreta, – dissi. – E’ piena di … Esitai

– Ha una voce piena di monete, – disse Gatsby improvvisamente.

Era proprio così. Non l’avevo mai capito prima. Piena di monete. Piena di monete : era questo il fascino inesauribile che in essa si alzava e cadeva , il tintinnio, il canto dei cembali… Lassù, nel palazzo bianco, la figlia del re,  la fanciulla dorata …

 

Avevo trent’anni. Davanti a me si apriva la strada portentosa, minacciosa, di un nuovo decennio. Erano le sette quando salimmo con lui nel coupé e partimmo per Long Island. Tom parlava senza sosta, esultante e ridente, ma la sua voce era remota per Jordan e per me come il frastuono estraneo sui marciapiedi o il tumulto della ferrovia sopraelevata. La simpatia umana ha i suoi limiti e fummo felici di lasciar svanire  le discussioni tragiche con le luci della città alle spalle. Trent’anni : la promessa di un decennio di solitudine, una lista sempre più rada di scapoli da conoscere, un entusiasmo sempre più vago, sempre più radi capelli. Ma accanto a me c’era Jordan, che a differenza di Daisy era troppo saggia perfino per trasportare da un’epoca all’altra sogni dimenticati. Mentre passavamo sul ponte buio, il suo viso pallido si posò pigro sulla mia spalla e lo scossone formidabile dei trent’anni dileguò sotto la pressione rassicurante della mano di lei.

 

La bocca era spalancata e leggermente squarciata agli angoli, come se la donna avesse fatto fatica a emettere la vitalità tremenda che aveva rinserrato così a lungo.

 

Con aria sicura, facendoci strada con decisione , fendemmo la folla che continuava ad aumentare e oltrepassammo un dottore affaccendato, con la sua valigetta in mano, che mezz’ora prima era stato chiamato in una inutile speranza.

 

Si cacciò le mani nelle tasche della giacca, e ritornò impaziente alla sua vigilanza, come se la mia presenza contaminasse la santità della veglia. Così me ne andai e lo lasciai nel chiaro di luna , a montare la guardia … a niente.

 

Ritornammo in fretta alle macchine, sotto la pioggia. accanto al cancello , Occhi di Gufo mi parlò:

– Non ho potuto venire a casa, – disse.

– Nessuno ha potuto.

– Andiamo ! – Si avviò. – Ma perdio ! Ci andavamo a centinaia.

Si tolse gli occhiali e li asciugò di nuovo, dentro e fuori.

– Povero bastardo, – disse.

 

Tra i miei ricordi più vivi ci sono i miei ritorni a casa dal liceo e poi dall’università per le vacanze di Natale. Quelli che andavano oltre Chicago si riunivano nella vecchia Union Station semibuia alle sei di una sera di dicembre con qualche amico di Chicago, già avvolti nell’allegria delle vacanze, a dar loro un frettoloso saluto. Ricordo le pellicce delle ragazze che ritornavano dalla signorina tale e talaltra, il cicaleccio degli aliti gelati, mani che si alzano a salutare quando si rivedevano vecchi amici e lo scambio di inviti: “Vai dagli Ordway? Dagli Hersey? Dagli Schultz?” e i lunghi biglietti verdi tenuti stretti dalle nostre mani guantate. E alla fine le sporche vetture gialle della ferrovia Chicago, Milwaukee e Saint Paul, allegre come il Natale, sulle rotaie a fianco del cancello d’ingresso. Mentre ci inoltravamo nel vento notturno e la vera neve, la nostra neve, incominciava a stendersi al nostro fianco e ad ammiccare contro i finestrini, e le luci fioche delle stazioncine del Wisconsin ci passavano accanto, l’aria diventava improvvisamente e stranamente aspra e tonificante. Ne aspiravamo boccate profonde mentre uscivamo dalla sala da pranzo nei vestiboli freddi, consapevoli, per un momento strano, della nostra identità con questa regione, prima di fonderci di nuovo in essa inscindibilmente. Questo è il mio Middle West; non il grano né le praterie né le città svedesi scomparse, ma gli emozionanti treni di ritorno della mia gioventù e i lampioni delle strade e i campanelli delle slitte nel buio brinato e le ombre delle corone di agrifoglio gettate dalle finestre illuminate sulla neve. Io faccio parte di tutto questo, un poco solenne per la sensazione di quei lunghi inverni, un poco compiaciuto di essere cresciuto nella casa dei Carraway in una città dove le dimore sono ancora da decadi chiamate col nome di famiglia. Mi accorgo adesso che questa è stata una storia del West, dopo tutto: Tom e Gatsby, Daisy e Jordan e io eravamo tutti del West e forse soffrivamo di qualche deficienza che ci rendeva sottilmente inadatti alla vita dell’Est.

 

Così quando il fumo azzurro delle foglie fragili invase l’aria e il vento smosse la biancheria bagnata rigida sulla corda, decisi di ritornare a casa.

 

Ci stringemmo la mano.

– Oh, e ricordi, – soggiunse , -la conversazione che abbiamo fatta una volta a proposito di guidare la macchina?

– Be’… non proprio.

– Hai detto che chi guida male è a posto soltanto finché non incontri qualcun altro che guidi male. Be’, ho incontrato un altro che guida male… vero? Voglio dire che è colpa mia se non ho capito niente. Credevo che tu fossi una persona piuttosto onesta, leale. Credevo che questo fosse il tuo orgoglio segreto.

– Ho trent’anni, –  dissi. – Ho cinque anni di troppo per mentire a me stesso e chiamarlo onore.

Non rispose. Molto in collera, mezzo innamorato di lei, ed enormemente seccato, me ne andai.

 

Era stato tutto molto confuso e pasticciato. Erano gente sbadata, Tom e Daisy: sfracellavano cose e persone e poi si ritiravano nel loro denaro o nella loro ampia sbadataggine o in ciò che comunque li teneva uniti, e lasciavano che altri mettessero a posto il pasticcio che avevano fatto…

 

Gatsby credeva nella luce verde, il futuro orgiastico che anno per anno indietreggia davanti a noi. Ci è sfuggito allora, ma non importa: andremo più in fretta domani, allungheremo ancora di più le braccia… e una bella mattina… Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato.

C.T.V. , Storie di uno scemo di guerra, Ascanio Celestini

Fa impressione chiamare i vivi col nome dei morti. E fa impressione pronunciare il nome di un morto e sentire che c’è un vivo che ti risponde.

 

Mio padre raccontava sempre che la sora Irma faceva le porzioni scientifiche. Contava i fagioli, i ceci e i piselli. I grammi di riso erano sempre gli stessi per ogni porzione come anche i mezz’etti di carne e tutto era scarso ma distribuito in maniera democratica. Il piatto economico era la pasta asciutta con la conserva e per ogni piatto metteva tredici spaghetti contati. Ma il pasto di trattoria era un lusso che una persona intera non si poteva permettere,  e per stare a tavola in due bisognava smezzarsi la cena.

 

Durante la guerra la notte era la fine del mondo. Senza tutta la caciara dell’essere umani, per dodici ore ci stava solo il silenzio e le finestre chiuse. Le nove di sera e le cinque di mattina si rassomigliavano come due minuti dello stesso quarto d’ora, e da Val Melania al Quadraro era tutto un chiacchiericcio di grilli. Con tanti migliaia di poveri cristi che stavano chiusi dentro casa per il coprifuoco le strade si svuotavano. La sera c’avresti potuto passare un velo di zucchero e la mattina lo ritrovavi ancora lì che neanche le mosche c’avevano camminato.

 

La cicoria non ha odore. Il caffè ha un gusto già dal profumo che viene fuori dal bicchiere, ma l’Italia fascista tra i tanti miracoli che faceva ci stava pure quello di sostituire il caffè coltivato dalle razza inferiori dell’Africa e del Sud America con la cicoria autarchica. E la cicoria fa schifo proprio come il fascismo.

 

Mio padre mi racconta del lavoro. Mio padre è qualche giorno che si è messo a fare il facchino allo scalo, ma quando stacca il turno monta sui tram e cerca di abbuscarsi qualche portafoglio, va pé saccocce. Mio padre lo considera come un lavoro vero e proprio. Un’occupazione da libero professionista che ci investe pure i capitali visto che per salire sul mezzo pubblico gli tocca obbligatoriamente di pagare il biglietto, lui dice che “questi so’ periodi di saccocce vuote, so’ tempi che monti su un tram e nessuno c’ha una lira. Mi capita di girarmi due o tre tasche e non trovarci niente. Così arrivo al capolinea che l’unici quattrini che me so’ passati per le mani so’ quelli che ho speso per pagare il biglietto”. Perché questo è un genere di furti dove rischi che l’investimento è superiore al guadagno e così bisogna avere l’occhio lungo già alla fermata del tram. Bisogna scegliersi il viaggiatore da derubare prima ancora che è salito sul mezzo per non trovarsi tutta una clientela di mori di fame.

 

Mi ricordo che continuava a chiamarla creatura.  Che non la chiamava per nome questa figlia sua … mi ricordo che diceva solo la creatura. Come se il nome fosse perso insieme alla ragazzina.

 

Mezze case , mi dico nel cervello mio mentre ci cammino in mezzo, so’ rimaste in piedi tutte ‘ste mezze case come se addosso a questa città ci fosse passata soltanto mezza guerra.

 

Dice che fu nel ’43 che gli è arrivata la cartolina e l’hanno chiamato per andare in guerra. Dice che l’hanno chiamato per andare in guerra. Dice che l’hanno mandato in uno di questi paesi della bassitalia e prima di partire s’è fatto cucire dal sarto il vestito che portava addosso … un bel vestito da morto … perché era un’usanza della famiglia sua quella di farsi il vestito del funerale quando eri ancora in vita. Era una specie di corredo. Dice che appena diventavi un ragazzo, che si capiva che non saresti cresciuto di più, la famiglia si indebitava col sarto per cucire un vestito. Un vestito per quando t’avrebbero portato al camposanto.

 

Il barbiere era storto. Mio padre raccontava che il barbiere si muoveva storto e pure le parole gli uscivano storte. L’unica cosa dritta erano le pieghe del vestito. Un vestito troppo scic per uno che ci sta dentro in quella maniera storta. Però mio padre diceva pure che in tutta quella stortezza il barbiere pareva quasi un santo. Uno di quei santi inutili che non fanno i miracoli. O che ne hanno fatto uno soltanto ed è stata ‘na dannazione. La santità gli è arrivata addosso come un incidente, e mo’ sono rimasti sinistrati, piegati dal trascendente.

 

Mo’ dormono tutti vicino a ‘sto fiume che pare un fiume che non scorre più in nessun verso, come uno che si è perso la strada e non trova nessuno che gliela può indicare.

 

Il primo è il ragazzino, e per ultimi gli è toccato morire all’americani che essendo soldati gli hanno imparato che davanti alla morte bisogna mettersi in coda alla fila. Gli hanno imparato la galanteria di morire per ultimi.

 

Questa è la campagna romana. Da questa periferia fatta di pini e di frasche ricomincia la città di Roma. Da queste parti prima della guerra il principe Torlonia ci allevava i maiali e i pecorari ci venivano a pascolare le pecore. Mo’ chi c’ha una bestia se la tiene nascosta per paura che i tedeschi gliela portano via. Mo’ in questi prati non ci vengono manco i cani a pisciare.

 

“Chi crede nell’amore

Insegue una chimera

Solo colui che spera

Trova la donna semplice e sincera … “

 

Parlava e si teneva in mano ‘sto mucchietto di diti spettinati come se c’avesse avuto paura di perderseli per la strada.

 

La storia dei tedeschi morti era girata subito e pure a Primo gliel’avevano raccontato che il lunedì di Pasqua tre tedeschi ubriachi erano stati ammazzati dai partigiani del Gobbo del Quarticciolo. Dice che il fatto era successo all’osteria del Piccione e così, per ripicca, i tedeschi gli avevano levato i tram e un’ora d’aria al giorno. Per questo fatto dei soldati ammazzati parecchia gente c’aveva paura di qualche rappresaglia.

 

Tutti stanno zitti. Zitti. Perché il silenzio è l’unico lusso che si può permettere un carcerato.

 

I morti stavano sdraiati per terra e vederli così pareva che aspettavano in fila. In fila come tutte l’altre volte che s’erano incolonnati per andare al lavoro, per tornare nelle baracche, per lavarsi. Pure mo’ che erano morti dovevano rispettare il turno. Pure mo’ stavano incolonnati per farsi riconoscere, per farsi riconsegnare un nome almeno da morti, dopo tanto tempo che erano stati chiamati solo con un numero.

 

Al confine il convoglio rallentò, perché vicino alle rotaie c’era un mucchietto di ragazzini. Salutavano la gente sul treno e dietro di loro c’erano solo i vecchi e le donne a lavorare i campi.

Di tutta le generazione di mezzo pareva che non ci fosse rimasto nessuno. Primo pensò che gli uomini adulti erano ‘na razza quasi scomparsa dal mondo, e in mezza Europa ne restavano solo pochi esemplari. Qualcuno era sopravvissuto in cattività tra nascondigli e galere, l’altri tornavano mezzi ciancicati dalla guerra.

 

Però mio padre non disse niente. Aveva capito che i fatti succedono, ma nessuno li può raccontare. E quando uno si mette a raccontare … e all’inizio dice quello che è successo veramente, ma poi finisce per raccontare quello che avrebbe voluto che succedeva. E se, in quella giornata, pure mio padre si metteva a raccontare storie chissà dove sarebbe arrivato.

 

Forse gli diceva che ammazzare una mosca è una cosa di poco conto. Schiacciare una zanzara sul muro e godersi la macchia rossa di sangue è pure una soddisfazione, perché ti congratuli di aver ammazzato una bestia che t’ha appena succhiato il sangue. Ma schiacciare centinaia di zanzare sul muro, migliaia di mosche, milioni di pidocchi … significa aver compiuto uno sterminio.

E lo sterminio non è cosa di poco conto. Non lo è nemmeno quando a morire sono i pidocchi. Allo sterminio non ci si abitua.

Il capitolo 11 della Prima Parte è una delle cose più potenti che abbia mai letto, tra quelle scritte da un autore italiano. Ascanio Celestini l’ho pure conosciuto. L’ho anche intervistato. Magari la recupero , quell’intervista, e la metto pure qua. Ero più giovane. Eravamo più giovani tutti e due, ma lui già spaccava da qualche anno. Inutile dire che lo stimo moltissimo.