L’UFC

Tra pesi mancati, oramai sta diventando la regola, doping, comportamenti scorretti, gente mandata al macello o lasciata picchiare gratuitamente da arbitri e/o allenatori, gente che ha molta visibilità su internet ma che tecnicamente poi nella gabbia fa cagare, personaggi pompati che poi non valgono molto, giudizi inconcepibili da parte di alcuni arbitri, e potrei continuare ancora, beh, a me l’UFC da un po’ ha cominciato a rompere il cazzo. Hanno migliaia di atleti ma troppo spesso lo spettacolo fa schifo. Bella merda. Credo che i più ingarellati oramai siano quelli che non ci capiscono molto.

C.T.V. , Banana Yoshimoto – Moshi moshi

Partiamo sempre dal torbido, quando cominciamo qualcosa di nuovo. Poi però arriva il momento in cui tutto inizia a scorrere limpido, e in tranquillità prende a seguire il suo corso naturale.

 

Quando non era in tournée, era lui a scegliere se rientrare all’alba, e se aveva fatto una promessa a mia madre o a me, per piccola che fosse, l’annotava sull’agenda o sul dorso della mano e la manteneva sempre. Anche oggi, se ripenso alle mani di mio padre, rivedo quegli appunti scritti a penna.

 

La vita di ogni giorno deve andare avanti anche in momenti come quello, e così è. Se si trattava semplicemente di camminare per strada, tra me e gli altri non c’era differenza, ero del tutto normale, e la cosa mi meravigliava. Dentro di me ero a pezzi, eppure quella che si rifletteva sulle vetrine era la mia immagine di sempre.

 

A me, che ormai non ero tanto spesso a casa, e a mia madre, che non amava più mio padre come prima, mancava la capacità di riportarlo da noi. I bambini piccoli riescono a tenere insieme le famiglie come se fossero colla. Ma io ormai ero grande. Non possedevo la forza necessaria a contrastare l’attrazione per una donna appassionata e sensuale.

 

Non ci crederai, ma al mondo non sono poi molte le persone con cui si può parlare di sciocchezze, mi diceva.

 

E’ incredibile, sento che è buono. Per la prima volta dopo tanto tempo gusto i sapori. Il corpo continua a vivere anche se l’anima è morta.

 

Avevo cominciato a capire che se non poniamo rimedio ai nostri piccoli errori, presto questi si ritorcono contro di noi. Il cibo è legato alla sfera degli istinti umani, e per questo tutto viene fuori in modo molto più immediato. Anche se all’inizio ci si tiene qualcosa dentro, a un certo punto affiorerà in superficie in una forma diversa. La sola cosa che si possa fare è agire con cura, seriamente e con discrezione, lasciando perdere l’individualità e i pensieri troppo complicati.

 

E’ come se stessi viaggiando, facendo queste cose mi sento di portare a termine un compito.  In ogni caso, sto sempre attenta a camminare molto lentamente. Piano, come quando ero studentessa. In fondo ormai il tempo è la sola cosa che possiedo.

 

Per conoscersi ci vuole tempo, per capire se una persona ci piace o no ce ne vuole ancora di più, e se le sostituzioni diventano così rapide, e non si sa nemmeno da dove venga la persona che abbiamo di fronte, come ci si deve comportare?

 

Ormai l’aria si era fatta fredda, era un giorno d’autunno. Sfiorai il tronco del ciliegio accanto al ristorante ed entrai nella stradina con i negozi. Mi venne in mente che in primavera, quando quel ciliegio era in piena fioritura, sulle pareti verdi del ristorante si rifletteva un colore rosa intenso e un’atmosfera dolce, diversa dal solito, avvolgeva in un abbraccio tutto ciò che c’era attorno. I passanti alzavano gli occhi verso il ciliegio e sorridevano, come spettatori felici davanti allo schermo su cui si proietta un film. Spazzare via i petali era un lavoraccio, ma era così bello che non sentivamo la fatica. Dopo aver provato l’emozione di vederlo in piena fioritura, ogni volta che ci passavo davanti, sia quando cadevano le corolle che in pieno inverno, lo sfioravo con la mano. Era diventata ormai un’abitudine consolidata, uno degli istanti in cui sentivo chiaramente di vivere in quel quartiere.

 

Nella vecchia casa la mia stanza era accanto alla cucina, e da lì riuscivo a scorgere mia madre di spalle mentre preparava la colazione con la porta leggermente aperta, lasciata così apposta perché, al risveglio, non mi sentissi sola. La sensazione che provavo non era né di dolcezza né di tepore. Ma per qualche ragione mi bastava guardare mia madre fare quello che faceva tutti i giorni per sentirmi serena. Mi sembrava che nel mondo non ci fossero né guerre, né omicidi, né truffe, né rapine, né stupri. Era come se non potessero esserci che persone buone. Non che sino a oggi mi sia mai capitato di interagire con persone malvage. Ma so bene che nel mondo accadono cose davvero terribili.

 

Quel giorno c’era un gran da fare, ero in un bagno di sudore, e quando lo vidi, per un istante, mi vergognai di essere ridotta così male. Ma soprattutto provai una profonda tenerezza. Potrei definire soltanto “serenità” quella sensazione che proviamo quando qualcuno arriva così, in modo del tutto naturale; è una sensazione che si prova solo quando si è innamorati, quando si esclude che possa accadere qualcosa di brutto.

 

Mi faccio pena, pensai. Vivevo strisciando, non riuscivo proprio a rimettermi in piedi. Non passava la notte, i rimpianti restavano lì dov’erano, c’erano cose che avrei voluto dirgli e non lo avrei più potuto fare. Erano trascorsi due anni, ma non mi ero mossa di un passo, e forse non ci sarei mai riuscita. Ciononostante, la mattina successiva avrei impastato il pane, messo a bollire l’acqua, tagliato le verdure per l’insalata e fatto le pulizie. Il mio corpo si sarebbe mosso in maniera automatica, e con un sorriso avrei accolto i clienti. Solo questo mi riusciva.

 

La mia era la felicità misera di chi sente di non essere stato abbandonato, nonostante tutto. In quel momento, non riuscivo a pensare a niente di più rassicurante. Mi presentavo tutti i giorni al ristorante cercando di nascondere la confusione che mi portavo dentro, e veder arrivare Aratani mi procurava ogni volta una grande tranquillità. Era un po’ come quando si rientra in casa e si accarezza il proprio cane, o gatto ( mi sentivo un po’ in colpa per quest’associazione). Appena lo scorgevo, era come se gli occhi, le mani, tutto il mio corpo fosse tornato al passato, e mi sentivo serena, completamente a mio agio. Non ero né emozionata né nervosa, mi sentivo esattamente come quando ci si immerge nell’acqua alla temperatura perfetta. O quando ci si bagna in un mare tiepido, mentre si guarda il sole scendere lento all’orizzonte. Nell’acqua limpida del mare svanisce la stanchezza, le spalle si alleggeriscono, e si abbandona il corpo al ritmo delle onde, più rilassante di qualsiasi sorgente termale. In quel periodo sapevo soltanto di non volerlo perdere. Ma non perché provassi qualcosa per lui. Non volevo perderlo, soltanto questo. Se questo significasse esserne innamorata, io non lo sapevo.

 

Non sarebbe andata avanti all’infinito, le cose cambiano poco alla volta. Se mi fossi illusa del contrario avrei fatto una brutta fine, proprio come la mia famiglia. Eppure desideravo che quella felicità restasse per sempre al suo posto.

 

Mentre parlavamo mi ero resa conto che Aratani era una persona decisa, troppo pratica perché potessi riuscire a confidarmi con lui. Quando mi confrontavo con qualcuno che metteva al primo posto la soluzione ai problemi e che gestiva le situazioni in quattro e quattr’otto, mi sembrava che il discorso andasse avanti in modo automatico, non riuscivo a convincermi e, anzi, mi spaventavo.

 

Anche quando una conversazione è semplice, non è detto che sia soltanto uno scambio di parole.

 

Tutto passa, tutto cambia. Una delle cose di cui si perde la misura, vivendo in città, è la forza del singolo individuo. Mettiamo che in una grande libreria di un grande palazzo ci sia un commesso particolarmente bravo. Se a un certo punto lo spostassero in un’altra succursale, sicuramente sarebbero in molti a restarci male. Ma, come mi ha detto una volta mia madre, se un nuovo commesso si presenta col giusto tempismo, allora la libreria potrebbe continuare ad andare avanti anche senza che cambi nulla. Forse chi abita in città tende a dare per scontato proprio questo. Se pure io non dovessi esserci più, il mondo non cambierebbe, il mio ristorante non fallirebbe, il quartiere continuerebbe a vivere.

 

Ho veramente ancora tutto da imparare” dissi, ma mentre il viso accaldato si raffreddava sentivo crescere in me la speranza. Essere giovani voleva dire proprio quello. L’eccitazione di fare una dopo l’altra cose che non si erano mai fatte.

 

Il cielo era infinito, sembrava voler arrivare dappertutto, come i tentacoli di un polpo.

 

Io ho ancora mia madre, ma mi sento come se avessi perso tutto.”

“E’ perché pensi con le parole, Yocchan. Parecchie risposte non vengono mai fuori, nemmeno a furia di girarci intorno. Ma per te trascorrere il tempo così è normale, e non ti chiedi mai se sia infantile, o sbagliato. Eppure c’è un altro modo di trascorrere il tempo. Si può anche stare fermi a guardare nel vuoto, senza pensare a niente, in attesa che tutto passi. Forse tua madre ha scelto questa seconda strada.” Nella sua voce risuonava un’emozione sincera. Tacqui, perché aveva colto nel segno.

 

Adesso sapevo che, per quanto giovane, miserabile e insignificante potessi apparire, per quanto non potessi condividere ogni cosa con chiunque altro al mondo, la mia esperienza andava a completare tutte le altre, era quanto possedevo di più prezioso, e lo avevo capito sotto il cielo stellato di una notte gelida.

C.T.V. , Le intermittenze della morte – Josè Saramago

Le religioni, tutte le religioni, per quanto le si rigiri, non hanno altra giustificazione di esistere all’infuori della morte, ne hanno bisogno come il pane per i denti.

 

Ben più di un’ecatombe. Per sette mesi, che tanti furono quelli che era durata la tregua unilaterale della morte, si erano andati accumulando in una lista d’attesa mai vista più di sessantamila moribondi, esattamente sessantaduemila cinquecentottanta, pacificati tutti in una volta per opera di un unico istante, di un attimo di tempo carico di potenza mortifera di cui si troverebbe comparazione solo in certe deprecabili azioni umane. A proposito, non resistiamo a rammentare che la morte, di per sé, da sola, senza alcun aiuto esterno, ha sempre ammazzato molto meno dell’uomo.

 

Onore le sia reso, la prima istituzione ad avere una percezione molto chiara della gravità dello stato d’animo del popolo in generale fu la chiesa cattolica, apostolica e romana, alla quale, visto che viviamo in un tempo dominato dall’ipertrofico utilizzo di sigle nella comunicazione quotidiana, tanto privata come pubblica, non starebbe male l’abbreviazione semplificatrice di ccar. E’ anche vero che sarebbe dovuta essere del tutto cieca per non vedere come, quasi da un momento all’altro, le si erano riempiti i templi di gente afflitta che andava in cerca di una parola di speranza, di un conforto, di un balsamo, di un analgesico, di un tranquillante spirituale. Persone che fino ad allora avevano vissuto nella consapevolezza che la morte è sicura e che non c’è modo di sfuggirle, ma al tempo stesso pensando che, visto che c’era tanta gente che doveva morire, solo per una grande scalogna sarebbe toccato a loro, ora passavano il tempo spiando dietro la tenda della finestra per vedere se arrivava il postino o tremando all’idea di tornare a casa, dove la temibile lettera di colore viola, peggiore di un sanguinario mostro dalle fauci spalancate, poteva magari trovarsi dietro la porta e saltargli addosso. Nelle chiese non c’era un attimo di tregua, le lunghe file di peccatori contriti, continuamente rinnovate come se fossero catene di montaggio, facevano due volte il giro intorno alla navata centrale. I confessori in servizio non abbassavano le braccia, talvolta distratti dalla fatica, talaltra con l’attenzione all’improvviso aguzzata da un particolare scandaloso del racconto, alla fine indicavano una punizione pro forma, tanti paternostri, tante avemarie, e dispensavano una frettolosa assoluzione. Nel breve intervallo tra il confessato che si ritirava e il confidente che s’inginocchiava, davano un morso al panino al pollo che sarebbe stato tutto il loro pranzo, mentre vagamente s’immaginavano compensi per la cena. I sermoni vertevano invariabilmente sul tema della morte come unica porta per il paradiso celeste dove, si diceva, nessuno è mai entrato da vivo, e i predicatori, nella loro ansia di consolazione, non esitavano a ricorrere a tutti i metodi della più alta retorica e a tutti i trucchi della più bassa catechesi per convincere i terrorizzati parrocchiani che, in fin dei conti, si potevano considerare più fortunati dei loro aviti, visto che la morte gli aveva concesso il tempo sufficiente per preparare le anime in vista dell’ascensione all’eden. Ci furono alcuni preti, però, che, racchiusi nella maleodorante penombra del confessionale, dovettero mettercela davvero tutta, dio solo sa con che fatica, perché anch’essi, quella mattina, avevano ricevuto la busta di colore viola e perciò ragioni ne avevano d’avanzo per  dubitare delle virtù lenitive di quello che stavano facendo in quel momento. Allo stesso modo andava coi terapeuti della mente che il ministero della salute, correndo a imitare i provvedimenti terapeutici della chiesa, aveva mandato in soccorso dei più disperati. Fatto sta che non furono poche le volte in cui uno psicologo, nel preciso momento in cui consigliava al paziente di abbandonarsi alle lacrime in quanto era il miglior modo di alleviare il dolore che lo tormentava, scoppiava in un pianto convulso ricordandosi che pure lui sarebbe potuto essere il destinatario di una busta identica nella prima distribuzione della posta dell’indomani. Terminavano così la seduta tutti e due in un pianto dirotto, abbracciati nella stessa sventura, ma col terapeuta della mente pensando che, in ogni caso, se proprio doveva capitargli una sventura del genere, avrebbe pur sempre avuto ancora otto giorni, centonovantadue ore da vivere. Qualche orgetta di sesso, droga e alcol, come aveva sentito dire che si organizzavano, lo avrebbe aiutato a passare all’altro mondo, sia pur correndo il rischio che poi, laggiù nell’eterea dimora cui era asceso, ti si venga a rincarare la nostalgia di questo.

 

Se è vero che non sorride mai, è solo perché le mancano le labbra, e questa lezione di anatomia ci dice che, al contrario di ciò che ritengono i vivi, il sorriso non è questione di denti.

 

La vita è un’orchestra che suona sempre, intonata, stonata, un piroscafo titanic che affonda sempre e sempre torna in superficie, ed è allora che la morte pensa che si ritroverebbe senza saper cosa fare se la nave affondata non potesse mai più risalire cantando quel canto evocativo delle acque che scorrono sulle fiancate, come dev’esser stato, scivolando con altra rumorosa soavità sul corpo ondulante della dea, quello di anfitrite nell’ora unica della sua nascita, per trasformarla in colei che circonda i mari, ché è questo il significato del nome che le hanno dato.

Cancella le foto che è meglio

Mi è tornato in mente, chissà perché, l’incontro con una ragazza di cui non riesco a rammentare il volto. Ricordo solo che era bella e, nel più classico stile del colpo di fulmine, appena li vidi me ne invaghì. Il problema, definiamolo così, è che ero al matrimonio di una grande amica di quella che allora era la mia ragazza e lei, come è intuibile, era lì con me o, per meglio dire, ero io a essere lì con lei. Lo chiarisco subito, non l’ho mai tradita, né prima né dopo. Non ho mai tradito, fino ad oggi. Il futuro non lo conosco ma un’idea già la ho. Sono contrario al tradimento. Non lo comprendo. Se si ama, non c’è nulla di interessante fuori dalla coppia. Il centro di tutto è lei, o lui, e oltre lei non c’è nulla, non si vede nulla. Se non si ama, chiaro che si vadano cercando stimoli, condivisione e comprensione fuori dal rapporto. Ma sarebbe meglio, per onestà, chiuderlo, questo rapporto. Una crisi può capitare, può capitare pure di inciampare ma, se non va, perché portare avanti la storia? Tanti continuano a vivere convivenze logore, alcuni si trascinano in matrimoni che neppure dovevano essere celebrati, ma la mia domanda è sempre la stessa, perché? La vita è una sola. Comunque, tornando a quel pomeriggio, quando comparve quella meraviglia, anche se sapevo di sbagliare, non potei fare a meno di ammirarla. Se ve lo chiedete, non le ho parlato se non per le classiche presentazioni. Credo che io sia entrato e uscito dalla sua vita nel tempo che una solitaria nuvoletta impiega ad attraversare il sole che brilla in una cielo agostano.  Ho fatto qualche domanda vaga, di quelle che non smuovono troppo le acque. Anche Caterina, la mia ex che allora non aveva l’ex ante, riferendosi a lei non poté fare a meno di ammirarne la bellezza. Era incredibilmente bella. E lì, per la serie cos’è l’ingegno, mi dissi che, se non potevo parlarle, se non la potevo conoscere, potevo cmq portare via con me un suo ricordo. Di nascosto mi misi a fotografarla. Qualche foto, scattata da non troppo vicino, con la mia digitale. So che a scriverlo suona un po’ da maniaco ma perdonatemi. Era una calamita e se quello era l‘unico modo per rivederla, vai di foto.  Poche. 3 o 4 quelle rimaste dopo una veloce selezione. Il bello, come forse già si intuisce, doveva venire. Matrimonio di sabato sera. Il giorno dopo, pranzo a casa dei genitori di Caterina. Ovviamente a chi la sera prima me lo aveva chiesto avevo già mostrato degli scatti, stando bene attento a saltare quelli incriminanti. Anche a Caterina avevo fatto vedere le foto, saltando quelle nocive al rapporto, che erano in sequenza ed erano all’inizio. Possedevo la macchina da tempo e sapevo gestirla. Il diavolo, come ricorda un proverbio, fa le pentole ma non i coperti. Il padre di Caterina era, sicuramente, ( se vivo),  lo sarà ancora, un grande appassionato di fotografia. Alla sua richiesta di vedere le foto della festa risposi che non avevo la macchina appresso. Bugia che fu immediatamente smascherata da Caterina. Dovevo essermi dimenticato che era nello zainetto, in auto.  Era vero. Diedi colpa alla stanchezza. Tra l’altro, cosa che mi farà rosicare nelle settimane successive, non c’era ancora la tecnologia odierna nè avevo fatto in tempo a salvare gli scatti sul pc. C’era un’unica possibilità di salvarsi, cancellare le foto. A quello che, in seguito, non sarebbe diventato mio suocero non potevo non dare la macchina in mano. Per cui scesi, mi chiusi in auto qualche minuto per ammirare per l’ultima volta quella meraviglia e , in pochi attimi, sospirando, cancellai tutte le foto. Ora ricordo solo che quella ragazza era bellissima e la sensazione di forte attrazione cui misi le briglie. Pur sforzandomi però non rammento il suo volto. In fondo sono passati 15 anni e non l’ho più rivista, neppure in foto.

Sport e scrittura

Le due cose, oramai ne ho la certezza, non vanno d’accordo. La corsa la vivo come una lavatrice di pensieri. La fatica prolungata non permette di fissarsi su di un’unica cosa e le idee vanno e vengono, si inseguono, si presentano, si cancellano. E’ raro che un’idea mi resti scolpita nella memoria. I pesi li vivo in maniera più concentrata ma non influiscono sulla scrittura. Sono stati sempre mondi separati. Ho sempre frequentato, tra i vari ambienti, le sale pesi ma di letteratura e scrittura lì dentro ho parlato rarissimamente. Per essere più preciso, di letteratura ogni tanto si ed  è come una diga che crolla, quelle poche volte che trovo un interlocutore preparato/interessato. Del mio scrivere però, mai. Sono cose separate. Non ho manco l’aspetto adatto. Poi ci sono gli sport da combatimento e loro, per come sono fatto, prosciugano ogni vena creativa. Adoro allenarmi, soprattutto in coppia. Fare sparring è una delle cose più belle dell’ultimo anno. Parlo in assoluto. Ci penso già dal giorno prima e mi regala sempre una scarica di adrenalina, piccolina ma  tangibile. Lì tocca essere veramente concentrati e presenti. Non puoi pensare ad altro o staccare. Non è possibile. E io scriv(ev)o soprattutto quando ero incazzato o triste. I momenti brutti li buttavo giù così, mentre quelli belli li ho sempre vissuti. In verità non sono mai stato particolarmente bravo a descrivere la bellezza del momento favoloso. Il bello si vive e non si descrive, anche perchè è cosa da pchi , fenomeni. Il concerto lo guardo con gli occhi, non lo riprendo con il telefonino. Solo che , per tornare alla scrittura, col tempo ho imparato a convogliare molta della negatività nell’allenamento. Cosa che in precedenza non mi riusciva. Forse perchè, soprattutto da ragazzo, lo vivevo come un passatempo. Avrei potuto essere un buon atleta, con un’altra testa. Forse la spinta per cancellare quel me così scapestrato, anche la voglia di sentirmi ancora “prestazionale”, mi si passi il termine,  mi ha fatto diventare tanto diligente da adulto. Ovvio che, se da una parte ho guadagnato, dall’altra ho perso, (la scrittura). Forse è solo stanchezza. Forse è mancanza di voglia. Pensieri messi giù con i Metallica in sottofondo. Buonanotte

Son tornato

Mi scuso con i pochi lettori rimasti ma l’hard disk del mio portatile ha pensato bene di bruciarsi, ( forse uno sbalzo di corrente), mentre io , da vero fesso, non avevo salvato nulla degli ultimi scritti. Ho perso tutto quel che c’era dentro. Tutto. Fosse la prima volta … Si, sono un fesso. L’altra volta, spendendo, avevo dato il portatile precedente a un centro per il recupero dati e, lo devo ammettere, foto, scritti e video erano stati recuperati e passati sul portatile seguente. Ma erano le testimonianze di un amore, anche, e di viaggi, pure, oltre a racconti brevi e lunghi e pure un romanzo, che cmq avevo salvato più volte. Questo giro, non ne valeva la pena. Ho perso diverse cose, anche alcune che dovevo mettere qui. Poi ho preso un periodo di disintossicazione dal pc, almeno quando mi è stato ed è possibile. Esco a fare una passeggiata, magari al mare, leggo qualche pagina di un libro, ( ora Le intermittenze della morte / Saramago ), faccio altro. Sono mesi che non scrivo una riga, mia. Mi è stato chiesto, ma non ne ho l’esigenza. Niente poesie, niente pensieri, nulla di nulla. Cmq prometto che tornerò a mettere almeno i Come tradizione vuole. Ciao ai pochissimi rimasti.

C.T.V. Mattatoio n.5 , Kurt Vonnegut

In tutti questi anni la gente che incontravo mi ha chiesto spesso a cosa stavo lavorando, e di solito io rispondevo che la cosa più importante era un libro su Dresda. Lo dissi, una volta, a Harrison Starr, il produttore cinematografico, e lui aggrottò le sopracciglia e mi chiese: “ E’ un libro contro la guerra?”. “Si,” dissi,”credo”. “Sa cosa rispondo quando uno mi dice che sta scrivendo un libro contro la guerra?” “No, cosa dice, Harrison Starr?” “Dico: perché non scrivere un libro contro i ghiacciai, allora?” Quello che voleva dire, naturalmente, era che ci saranno sempre le guerre, che impedire una guerra è facile come fermare un ghiacciaio. E lo credo anch’io. E poi, anche se le guerre non fossero come i ghiacciai, ci sarebbe sempre la morte, la morta pura e semplice.

 

Già allora io avrei dovuto essere impegnato a scrivere un libro su Dresda. A quell’epoca non era ancora diventato famoso, in America, quel bombardamento. Pochi americani sapevano che era stato peggio, per esempio, di Hiroshima. Non lo sapevo neanch’io. Non c’era stata molta pubblicità. Mi capitò, a un cocktail party, di parlare con un professore dell’università di Chicago di quel raid così come l’avevo visto io, e del libro che volevo scrivere. Era membro di una cosa che si chiamava Comitato per il pensiero sociale. E mi disse dei campi di concentramento, e di come i tedeschi avevano tirato fuori sapone e candele dal grasso dei cadaveri degli ebrei e così via. Non potei dire altro che questo: “ lo so, lo so. Lo so.”

 

Il mattino dopo io e le due ragazzine attraversammo il fiume Delaware nel punto in cui l’aveva attraversato George Washington. Andammo alla Fiera mondiale di New York e là vedemmo come era stato il passato secondo la Ford Motor Car Company e Walt Disney, e come sarebbe stato il futuro secondo la General Motors. E io m’interrogai sul presente: quanto fosse vasto, quanto fosse profondo, quanto fosse mio.

 

Billy non era cattolico, anche se era cresciuto con uno spaventoso crocifisso appeso al muro. Suo padre non aveva religione. Sua madre era organista supplente in varie chiese della città. Portava Billy con sé ogni volta che suonava, e gli aveva insegnato anche un po’ a suonare. Diceva che sarebbe entrata in una Chiesa appena avesse scoperto qual era quella giusta. Non l’aveva mai scoperto. Ma le venne una gran voglia di un crocifisso, e se ne comprò uno in un negozio di regali di Santa Fe durante un viaggio che la famigliola fece nel West al tempo della Grande Crisi. Come tanti altri americani, cercava di costruirsi una vita che avesse un senso con le cose che trovava nei negozi di regali.

 

Sulla parete del suo ufficio Billy aveva una preghiera incorniciata che esprimeva il suo modo di tirare avanti, anche se vivere non lo entusiasmava molto. Molti dei pazienti che vedevano la preghiera attaccata al muro gli dicevano che aiutava a tirare avanti anche loro. La preghiera diceva così:

DIO MI CONCEDA

LA SERENITà DI ACCETTARE

LE COSE CHE NON POSSO CAMBIARE,

IL CORAGGIO

DI CAMBIARE QUELLE CHE POSSO

E LA SAGGEZZA

DI COMPRENDERE SEMPRE

LA DIFFERENZA.

Tra le cose che Billy non poteva cambiare c’erano il passato, il presente e il futuro.

 

A ogni posto c’era un rasoio di sicurezza, una pezzuola per lavarsi, un pacchetto di lamette da barba, una stecca di cioccolata, due sigari, una saponetta, dieci sigarette, una scatola di fiammiferi, una matita e una candela. Solo le candele e il sapone erano di origine tedesca. Avevano tra loro una spettrale, opalescente similarità. Gli inglesi non potevano saperlo, ma le candele e il sapone erano fatti col grasso di ebrei, zingari, omosessuali, comunisti e altri nemici dello stato. Così va la vita.

 

Un giorno Rosewater disse a Billy una cosa interessante su un libro che non era di fantascienza. Disse che tutto che c’era da sapere sulla vita si poteva trovare nei Fratelli Karamazov di Fedor Dostoevskij. “Ma non basta più” disse Rosewater.

 

Rosewater era a letto con un libro, e Billy lo introdusse nella conversazione chiedendogli cosa stesse leggendo in quel momento.
Così Rosewater glielo disse. Era Il Vangelo dello spazio di Kilgore Trout. Parlava di una creatura venuta dallo spazio che somigliava molto a un tralfamadoriano, tra l’altro. La creatura venuta dallo spazio aveva studiato a fondo il cristianesimo per capire, se possibile, perché per i cristiani fosse tanto facile essere crudeli. Era arrivata alla conclusione che il guaio derivava almeno in parte dal modo trasandato in cui era scritto il Nuovo Testamento. Secondo lui, l’intento dei Vangeli era insegnare alla gente, fra le altre cose, a essere misericordiosi, anche verso i più umili.
Ma i Vangeli, in realtà, insegnavano questo:
Prima di uccidere qualcuno, accertatevi bene che non abbia relazioni importanti. Così va la vita.

La magagna nelle storie di Cristo, diceva la creatura venuta dallo spazio, era che Cristo, malgrado le apparenze, era il figlio dell’Essere Più Potente dell’Universo. I lettori lo capivano e così, quando arrivavano alla crocifissione, naturalmente pensavano (qui Rosewater rilesse ad alta voce):
Oh, accidenti… Hanno scelto proprio la persona sbagliata per il loro linciaggio, quella volta!
E questa idea aveva una sorella: “ Ci sono delle persone giuste da linciare”. Chi? Quelle che non hanno relazioni importanti. Così va la vita.

La creatura venuta dallo spazio donò alla Terra un nuovo Vangelo. In esso Gesù era veramente un uomo qualunque, e una seccatura per un sacco di gente che aveva relazioni più importanti delle sue. E diceva anche lì tutte le cose belle e imbarazzanti che diceva negli altri Vangeli.
Così un giorno la gente su divertì a inchiodarlo a una croce e a piantare la croce nel terreno. Non ci sarebbero state ripercussioni, pensavano quelli che l’avevano linciato. Anche il lettore era indotto a pensarlo, poiché il nuovo Vangelo seguitava a ripetere che Gesù era proprio un nessuno.
E poi, un momento prima che questo “nessuno” morisse, i cieli si aprirono, e mandarono tuoni e lampi. Dall’alto scese stentorea la voce di Dio. Dio disse alla gente che adottava quel barbone, dandogli i pieni poteri e i privilegi di Figlio del Creatore dell’Universo per tutta l’eternità. Ecco quello che disse: D’ora in poi Egli punirà orribilmente chiunque tormenterà un barbone senza relazioni importanti!

La fidanzata di Billy aveva finito il suo sigaro di zucchero tre Moschettieri. Ora stava sgranocchiando una Via Lattea.
“Lasciate perdere i libri” disse Rosewater, gettando sotto il letto quello che teneva in mano. “Vadano al diavolo.”
“Questo, però, sembrava interessante” disse Valencia.
“Cristo… Se solo Kilgore Trout sapesse scrivere!” esclamò Rosewater. Aveva ragione: l’impopolarità di Kilgore Trout era meritata. La sua prosa era tremenda. Soltanto le idee erano buone.

 

Billy si aspettava che i tralfamadoriani fossero confusi e allarmati da tutte le guerre e da tutti gli assassinii che c’erano sulla Terra. Pensava che avessero paura che la ferocia dei terrestri, unita alle loro armi potentissime, potesse finire per distruggere, in parte o anche totalmente, l’innocente universo. Era la fantascienza che gli aveva fatto venire questa idea. Invece, l’argomento della guerra non fu mai sollevato da nessuno finché a tirarlo fuori non fu lo stesso Billy. Qualcuno tra la folla dello zoo gli domandò attraverso la guida quale fosse la cosa più importante che aveva imparato su Tralfamadore fino a quel momento, e Billy rispose:
“Ho imparato come gli abitanti di un intero pianeta possano vivere in pace! Come sapete, io vengo da un pianeta che da tempo immemorabile non fa che compiere massacri insensati. Io stesso ho visto i corpi di ragazzine bollite vive dentro un serbatoio dai miei compatrioti, tutti fieri di battersi in quel modo contro il male”. Questo era vero. A Dresda Billy aveva visto dei corpi bruciati. “E di notte, in prigione, mi sono fatto luce con candele fabbricate col grasso di esseri umani uccisi dai fratelli e dai padri di quelle ragazzine. I terrestri devono essere il terrore dell’universo! Se per ora altri pianeti non sono minacciati dalla Terra, presto lo saranno. Ditemi dunque il segreto, così lo porterò sulla Terra e saremo tutti salvi: come può un pianeta vivere in pace?”.
Billy credeva di avere fatto un discorso molto nobile. E rimase sconcertato quando vide che i tralfamadoriani si chiudevano le manine sugli occhi. Sapeva per esperienza che cosa significava: aveva detto una stupidaggine.

 

L’inglese che teneva Lazzaro per i piedi era il colonnello che aveva fatto a Billy l’iniezione del knock-out. La fata azzurra era imbarazzata e furente.  “Se avessi saputo che mi trovavo davanti a un pollo,” disse, “non ci avrei messo tanta forza. ” “Uhm.” La fata azzurra parlò con franchezza di come erano disgustosi tutti gli  americani. “ Fiacchi, puzzolenti, sempre pronti a piangersi addosso: una massa di bastardi piagnucolosi, sporchi e ladri” disse. “Sono peggio dei russi, maledizione.”  “Sono proprio uno schifo” assentì il colonnello.

 

Campbell descriveva l’esperienza tedesca con i soldati americani prigionieri, che dappertutto si erano fatti la fama di essere, come scriveva lui, i più frignoni, i meno fraterni e i più sporchi di tutti i prigionieri di guerra. Erano incapaci di compiere un’azione concertata nel proprio interesse. Disprezzavano i capi, si rifiutavano d seguirli e persino di ascoltarli, non considerandoli migliori di loro e pensando che dovevano smetterla di darsi delle arie.

 

Quando i tre buffoni trovarono la cucina, la cui funzione principale era preparare da mangiare per i lavoratori del mattatoio, tutti erano andati a casa tranne la donna che era rimasta ad aspettarli, impaziente. Era una vedova di guerra. Così va la vita. Si era già messa cappello e cappotto. Voleva andarsene a casa pure lei, anche se non c’era più nessuno. I suoi guanti bianchi erano posati uno accanto all’altro sul banco di zinco. Aveva due pentoloni pieni di minestra per gli americani. La minestra bolliva sul gas, tenuto basso. Aveva pronte anche parecchie forme di pane nero.  Domandò a Gluck se non era troppo giovane per essere sotto le armi. Lui disse si. Domandò a Edgar Derby se non era troppo vecchio per essere sotto le armi. Lui disse di sì. Domandò a Billy Pilgrim cosa diavolo era, Billy disse che non lo sapeva. Stava solo cercando di tenersi caldo. “Tutti i veri soldati sono morti” disse la donna. Ed era vero. Così va la vita.

 

E poi saltò fuori che qualcuno, alla fin fine, una risposta a Campbell, gliela diede. Il povero vecchio Derby, lo sfortunato professore di liceo, si alzò in piedi faticosamente per quello che forse fu il più bel momento della sua vita. Quasi non ci sono personaggi, in questa storia, e quasi non ci sono confronti drammatici, perché la maggior parte degli individui che vi figurano sono malridotti, sono solo trastulli indifferenti in mano a forze immense. Uno dei principali effetti della guerra è, in fondo, che la gente è scoreggiata dal farsi personaggio.

 

in quell’ospedale Billy stava vivendo un’avventura che capita spesso agli inermi in tempo di guerra. Stava cercando di dimostrare a un nemico ostinatamente sordo e cieco che lui e le cose che diceva potevano essere interessanti.

 

Era tipico della fine della guerra: chiunque volesse un’arma riusciva a procurarsene una. Erano sparse dappertutto.

C.T.V. – La banalità del male – Hannah Arendt

La giustizia vuole che ci si occupi soltanto di Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf Eichmann, l’uomo rinchiuso nella gabbia di vetro costruita appositamente per proteggerlo: un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi, il quale per tutta la durata del processo se ne starà con lo scarno collo incurvato sul banco ( neppure una volta si volgerà a guardare il pubblico) e disperatamente cercherà ( riuscendovi quasi sempre) di non perdere l’autocontrollo, malgrado il tic nervoso che gli muove le labbra e che certo lo affligge da molto tempo.

 

Come quasi tutti in Israele, così anche Hausner pensava che soltanto un tribunale ebraico potesse rendere giustizia agli ebrei, e che toccasse agli ebrei giudicare i loro nemici. Di qui il fatto che in Israele nessuno voleva sentir parlare di un tribunale internazionale, perché questo avrebbe giudicato Eichmann non per “crimini contro il popolo ebraico”, ma per “crimini contro l’umanità commessi sul corpo del popolo ebraico”. Di qui la strana vanteria: “Noi non facciamo distinzioni etniche,” vanteria che ci apparirà meno singolare se si pensa che in Israele la legge rabbinica regola la vita privata dei cittadini, con risultato che un ebreo non può sposare un non ebreo; i matrimoni contratti all’estero sono riconosciuti, ma i figli nati da matrimoni misti sono, per legge, bastardi (mentre i figli nati da genitori ebrei fuori dal vincolo matrimoniale vengono invece legittimati), e se uno ha per caso un madre non ebrea, non può sposarsi e non ha diritto al funerale Questa assurda situazione si è acutizzata da quando, nel 1953, buona parte della giurisdizione, in materia di giurisdizione familiare, è stata trasferita ai tribunali laici. Oggi le donne possono ereditare,e in genere godono degli stessi diritti degli uomini. Perciò non si può pensare che sia il rispetto per la fede o la potenza della onoranza fanatica a impedire al governo d’Israele di sostituire la giurisdizione laica alla legge rabbinica anche in materia di matrimonio e divorzio. Il fatto è che i cittadini israeliani, religiosi e non religiosi, sembrano tutti d’accordo nel ritenere buona cosa la proibizione dei matrimoni misti, ed è soprattutto per questo (come alcuni funzionari israeliani non hanno esitato ad ammettere fuori dall’aula del tribunale) che sono anche d’accordo nel non desiderare una costituzione scritta che sancisca (la cosa sarebbe piuttosto imbarazzante) questa norma. (“ L’argomento addotto contro il matrimonio civile è che spesso scinderebbe la casa d’Israele, e inoltre staccherebbe gli ebrei d’Israele dagli ebrei della diaspora” come ha detto di recente Philip Gillon in Jewish Fronrtier). Comunque sia, fu certamente un po’ sconcertante l’ingenuità con cui il Pubblico ministero denunziò infami le leggi di Norimberga del 1935, che avevano proibito i rapporti sessuali fra ebrei e tedeschi.
I corrispondenti meglio informati notarono la contraddizione, tuttavia non ne parlarono nei loro articoli, pensando che non fosse quello il momento per dire agli ebrei che cosa c’era di difettoso nelle leggi e nelle istituzioni del loro paese.

 

A questo proposito la difesa avrebbe potuto citare uno dei più noto di diritto costituzionale del Terzo Reich, Theodor Maunz, attualmente ministro della pubblica istruzione in Baviera, che nel 1943 affermò in Gestald und Recht der Polizei : “ Il comando del Fuhrer … è il centro assoluto dell’ordinamento giuridico. Chi dunque gli veniva ora a dire che avrebbe dovuto comportarsi diversamente, ignorava o aveva dimenticato come stavano le cose a quell’epoca.

 

Essi partivano dal presupposto che l’imputato, come tutte le persone “normali”, avesse agito ben sapendo di commettere dei crimini; e in effetti Eichmann era normale nel senso che “non era una eccezione tra i tedeschi della Germania nazista,” ma sotto il Terzo Reich soltanto le “eccezioni” potevano comportarsi in maniera “normale”. Questa semplice verità pose i giudici di fronte ad un dilemma insolubile, a cui tuttavia non ci si poteva sottrarre.

 

Eichmann, come tutti coloro che lavoravano alla “soluzione finale”, era ufficialmente un Geheimnstrager, cioè “depositario di segreti”, un titolo fatto apposta per lusingare la vanità.

 

L’idea, già illustrata da Heydrich in un colloquio con Goring la mattina seguente alla Kristallnacht, era semplice e anche ingegnosa: “Attraverso la comunità ebraica estorcevano una certa somma di denaro agli ebrei ricchi che volevano emigrare. Grazie a questa somma, e a una somma supplementare in valuta straniera, gli ebrei poveri potevano partire. Il problema non era far partire gli ebrei ricchi, ma sbarazzarsi della plebaglia ebraica.”

 

“Naturalmente” egli aveva contribuito allo sterminio degli ebrei; naturalmente, se lui non li avesse trasportati “essi non sarebbero finiti nelle mani del carnefice.” “Che cosa c’è da ammettere?” diceva. Ora, aggiunse, gli sarebbe piaciuto “riappacificarsi con i nemici di un tempo” – un’idea, questa, già espressa da Himmler durante l’ultimo anno di guerra e da leader del “fronte del lavoro” Robert Ley, che prima di uccidersi a Norimberga aveva proposto un “comitato di riconciliazione” costituito da nazisti responsabili dei massacri e da ebrei sopravvissuti; ma una idea condivisa anche, cosa incredibile, da molti tedeschi comuni, che alla fine della guerra furono uditi pronunziare frasi quasi identiche. Questo slogan insolente non era più imposto dall’alto; quei tedeschi se l’erano fabbricato da sé, ed era uno slogan vuoto e astruso come quelli su cui tutta la nazione aveva vissuto per dodici anni. Ed è facile supporre che, nel momento in cui esprimevano quel concetto, essi si “esaltassero” al pensiero della loro grandezza d’animo.

 

Malgrado gli sforzi del Pubblico ministero, chiunque poteva vedere che quest’uomo non era un “mostro”, ma era difficile sospettare che non fosse un buffone.

 

Le sue distorsioni della realtà erano orribili perché riguardavano cose orribili, ma in linea di principio non erano molto diverse da quelle che si sono avute nella Germania post-hitleriana. Per esempio, Franz Josef Strauss, ex-ministro della Difesa, in una recente campagna elettorale ha rivolto al suo avversario Willy Brandt, oggi sindaco di Berlino Ovest e al tempo di Hitler rifugiato in Norvegia, una domanda a cui è stata data grande pubblicità e che a quanto pare ha fatto molto effetto: “Che cosa faceva Lei in quei dodici anni fuori dalla Germania? Noi sappiamo che cosa facevamo qui in Germania.” Il ministro di Bonn ha rivolto questa domanda impunemente; nessuno ha battuto ciglio e tanto meno si è preoccupato di ricordargli che è fin troppo noto che cosa facevano i tedeschi in Germania durante quegli anni. La stessa “innocenza” si può riscontrare nella frase — anche questa recente — di un rispettato e rispettabile critico letterario tedesco, che probabilmente non fu mai iscritto al partito nazista: recensendo un saggio sulla letteratura del Terzo Reich, questi ha detto che l’autore dell’opera è “uno di quegli intellettuali che quando esplose la barbarie ci abbandonarono senza eccezione.” L’autore in questione, naturalmente, è un ebreo: un ebreo che fu espulso dalla Germania e che fu anche lui “abbandonato” dai gentili, persone come Heinz Beckmann del Rheinischer Merkur. E qui non sarà inutile ricordare notare che la parola “barbarie” oggi usata spesso dai tedeschi quando parlano del periodo hitleriano, è anch’essa una distorsione della realtà: fa quasi pensare che gli intellettuali ebrei e non ebrei fossero fuggiti da un paese che non  era più abbastanza “raffinato” per i loro gusti.

 

E’ indiscutibile infatti che “nelle prime fasi della loro politica ebraica i nazionalsocialisti ritennero opportuno adottare un atteggiamento filo sionista” (Hans Lamm), e fu durante quelle prime fasi che Eichmann si fece una cultura sugli ebrei. Egli non era affatto il solo a prendere sul serio quel “filosionismo”; gli stessi ebrei tedeschi pensavano che sarebbe bastato annullare l’”assimilazione” con un nuovo processo di “dissimilazione” e aderirono in massa al movimento sionista. Non abbiamo statistiche attendibili in proposito, tuttavia è stato calcolato che la tiratura del settimanale sionista Die Jüdische Rundschau salì nei primi mesi del regime hitleriano da circa cinquemila-settemila copie a quasi quarantamila, ed è risaputo che nel 1935-36 le organizzazioni sioniste addette alla raccolta di fondi, per quanto la popolazione fosse grandemente ridotta di numero e impoverita, incassarono somme tre volte maggiori che nel 1931-32. Ciò non significa necessariamente che gli ebrei desiderassero emigrare in Palestina; era più che altro una questione d’onore: “Portatela  con orgoglio la Stella gialla!” Questo slogan, il più popolare di quegli anni, coniato dal capo redattore della Judische Rundschau, Robert Weltsch, esprimeva bene lo stato d’animo di quell’epoca. Formulato come risposta al Giorno del boicottaggio (primo aprile 1933), cioè più di sei anni prima che i nazisti costringessero realmente gli ebrei a portare per distintivo una stella gialla a sei punte in campo bianco, esso era polemicamente rivolto contro gli “assimilazionisti” e contro tutti coloro che si rifiutavano di accettare il nuovo “corso rivoluzionario,” die ewig Gestrigen, cioè “gli eterni arretrati.” Al processo lo slogan fu ricordato con commozione da testimonidi origine tedesca. Essi però dimenticarono di dire che lo stesso Robert Weltsch, illustre giornalista, aveva dichiarato dopo la guerra che non l’avrebbe mai lanciato se avesse potuto prevederne gli sviluppi. Ma a prescindere dagli slogan e dalle polemiche ideologiche, era un dato di fatto che in quegli anni soltanto i sionisti avevano qualche possibilità di trattare con le autorità tedesche: e questo per la semplice ragione che nello statuto dell’Associazione centrale dei cittadini tedeschi di fede ebraica, a cui allora aderiva il 95% degli ebrei organizzati in Germania, si affermava che compito primo dell’associazione era «combattere l’antisemitismo»; così, per definizione quell’organismo era “ostile allo Stato,” e sicuramente sarebbe stato perseguitato (cosa che non fu) se si fosse azzardato a fare quello che si supponeva fosse nelle sue intenzioni. Nei primi anni, l’ascesa di Hitler al potere fu interpretata dai sionisti soprattutto come “la sconfitta definitiva dell’assimilazionismo”: e perciò essi potevano almeno per il momento cercar di collaborare con le autorità naziste. I sionisti credevano anche che la “dissimulazione,” combinata all’emigrazione in Palestina degli ebrei più giovani e possibilmente dei capitalisti ebrei, potesse costituire una«soluzione reciprocamente leale.» L’idea era condivisa da molti funzionari tedeschi, e pare che questo modo di vedere persistesse sino alla fine. In una lettera di un superstite di Theresienstadt, un ebreo tedesco, si legge che nella Reichsvereinigung d’ispirazione nazista tutte le cariche principali erano occupate da sionisti (mentre nella Reichsvertretung c’erano anche non sionisti) e questo perché secondo i tedeschi i sionisti erano «ebrei bravi,» in quanto che anche loro pensavano in «termini nazionali.» Certo, nessun capo nazista si espresse mai pubblicamente in quel senso; dall’inizio alla fine la propaganda nazista fu fieramente, inequivocabilmente, spietatamente antisemita, e in un ultimo si dovette constatare che le cose che davvero contavano erano proprio quelle che persone ancora inesperte dei misteri dei regimi totalitari chiamavano “semplice propaganda.” In quei primi anni esisteva un accordo – considerato del tutto soddisfacente da entrambe le parti – tra le autorità naziste e l’Agenzia ebraica per la Palestina: uno Ha’avarah ossia “accordo per il trasferimento,” in base al quale chi emigrava in Palestina poteva trasferire laggiù il suo denaro in forma di beni tedeschi, beni che venivano convertiti in sterline all’arrivo. Ben presto questo divenne l’unico modo in cui un ebreo poteva portare con sé il suo denaro: l’alternativa era l’accensione di un conto bloccato che poteva essere liquidato all’estero soltanto con una perdita variante dal cinquanta al novantacinque per cento. Il risultato fu che negli anni ’30, mentre gli ebrei d’America si davano un gran daffare per organizzare il boicottaggio al commercio tedesco, la Palestina, unico paese al mondo, era letteralmente inondata da ogni sorta di prodotti “made in Germany.” Più importanti, per Eichmann, erano però gli emissari palestinesi che avvicinavano la Gestapo e le S.S. di propria iniziativa, senza prendere ordini né dai sionisti tedeschi né dall’Agenzia ebraica per la Palestina.

 

Costoro cercavano di agevolare l’immigrazione illegale degli ebrei nella Palestina, che era ancora sotto controllo britannico; e sia la Gestapo che le S.S. si mostrarono quanto mai servizievoli. A Vienna negoziarono con Eichmann, e riferirono che Eichmann era un individuo “corretto,” “non il tipo che grida,” e che addirittura aveva messo a loro disposizione fattorie e aveva agevolato l’istituzione di campi dove gli ebrei che intendevano emigrare potessero essere avviati a una professione. (Una volta, secondo i loro rapporti, egli espulse un gruppo di suore da un convento per trasformare questo in una “fattoria d’avviamento” per giovani ebrei, e un’altra volta concesse un treno speciale a un gruppo di emigranti diretti verso fattorie sioniste in Jugoslavia, facendoli accompagnare da funzionari nazisti perché passassero sani e salvi il confine.) Secondo quanto raccontano Jon e David Kirriche (The Secret Roads: The “Illegal” Migration of a People, 1938-1948, Londra 1954), con “la piena e generosa collaborazione di tutti i principali protagonisti” questi emissari parlavano un linguaggio non del tutto diverso da quello di Eichmann. Erano inviati in Europa dalle fattorie collettive palestinesi e non s’interessavano di operazioni di salvataggio: “Non era questo il loro lavoro.” Volevano  selezionare “materiale adatto,” e i loro principali nemici, prima dello sterminio, non erano coloro che rendevano impossibile la vita agli ebrei nei paesi d’origine, Germania o Austria, ma coloro che impedivano l’accesso alla nuova patria: in pratica, gli inglesi e non i tedeschi. Essi erano veramente in grado di trattare con le autorità naziste su un piede di parità, dato che fungevano da ambasciatori; e probabilmente furono tra i primi ebrei a parlare apertamente di interessi comuni, e certo furono i primi a ottenere il permesso di “scegliere giovani pionieri” tra le persone internate nei campi di concentramento. Naturalmente non si rendevano conto delle sinistre conseguenze che un giorno avrebbe avuto questa attività; tuttavia pensavano anche che, se si trattava di selezionare ebrei da far sopravvivere, gli ebrei dovevano fare da sé questa selezione. Fu a causa di questo fondamentale errore di valutazione che alla fine gli ebrei non selezionati – la stragrande maggioranza – si trovarono inevitabilmente di fronte a due nemici:da un lato le autorità naziste, dall’altro le autorità ebraiche. Quanto alla fase viennese, l’assurda affermazione fatta da Eichmann di aver salvato centinaia di migliaia di vite, affermazione che al processo fu accolta con risa dal pubblico, è stranamente confortata dal meditato giudizio degli storici ebrei, i Kimche: “Così cominciò uno dei più paradossali episodi di tutto il periodo nazista: l’uomo che sarebbe passato alla storia come uno dei principali assassini del popolo ebraico si mise con impegno a salvare gli ebrei d’Europa.”

 

Era nella natura del partito nazista continuare a muoversi, a divenire di mese in mese sempre più estremista, ma una delle fondamentali caratteristiche dei suoi membri era che psicologicamente essi tendevano sempre a restare indietro,avevano gran difficoltà a tenere il passo o, per dirla con Hitler,non sapevano “scavalcare la propria ombra.” Ma più dannosa di qualsiasi fatto oggettivo fu per Eichmann la difettosa memoria.

 

Centinaia di migliaia di ebrei avevano abbandonato le loro case nel giro di pochi anni, e altri milioni attendevano il loro turno, poiché i governi della Polonia e della Romania, in dichiarazioni ufficiali, non lasciavano dubbio alcuno che anch’essi intendevano sbarazzarsi dei loro ebrei. Quei governi dicevano di non capire perché mai il mondo s’indignasse tanto se essi seguivano le orme di una “nazione grande e civile.”

 

Fu soltanto quando scoppiò la guerra(1° settembre 1939) che il regime nazista divenne scopertamente totalitario e criminale. Uno dei passi più importanti in questa direzione, sul piano organizzativo, fu un decreto, firmato da Himmler, che fuse il Servizio di sicurezza delle SS, che era un organo del partito e a cui Eichmann apparteneva fin dal 1934, con la polizia di sicurezza dello Stato, cioè con la polizia regolare, che comprendeva anche la polizia segreta dello Stato o Gestapo. Da questa fusione nacque l’Ufficio centrale per la Sicurezza del Reich (RSHA), il cui primo capo fu Reinhardt Heydrich; dopo la morte di Heydrich, avvenuta nel 1942, il posto fu occupato dal dott. Ernst Kaltenbrunner,vecchio amico di Eichmann, che l’aveva conosciuto a Linz.

 

L’RSHA, inoltre, era soltanto uno dei dodici uffici centrali delle SS: i più importanti erano l’Ufficio centrale dell’ordine pubblico, diretto dal generale Kurt Dalague, che si preoccupava di rastrellare gli ebrei, e l’Ufficio centrale dell’amministrazione e dell’economia (Wirtschafts-Verwaltungshauptamt, o WVHA), diretto da Oswald Pohl, che si occupava dei campi di concentramento e più tardi s’interessò degli aspetti “economici” dello sterminio.

 

Ma a questo punto – lamentò Eichmann – “cominciò l’ostruzionismo di Hans Frank.” Essi si erano dimenticati di informarlo sebbene quello fosse territorio “suo”. “Frank si lagnò a Berlino, ed ebbe inizio una gran prova di forza. Frank voleva risolvere da sé la questione dei suoi ebrei. Non voleva ricevere altri ebrei nel suo Governatorato generale. Quelli che arrivavano dovevano sparire immediatamente.” E sparirono, in effetti; alcuni furono addirittura rimpatriati, cosa che non era mai successa prima di allora e che mai più si sarebbe ripetuta, e quelli che tornarono a Vienna furono schedati dalla polizia come persone “tornate dall’avviamento professionale” – curiosa espressione che ricordava la fase filosionista.

 

Quando, un anno più tardi, il progetto del Madagascar fu dichiarato “superato”, tutti erano psicologicamente o meglio razionalmente preparati al passo successivo: dato che non esisteva un territorio in cui “evacuare” gli ebrei, l’unica “soluzione” era lo sterminio.

 

A parte alcune industrie non molto importanti delle SS, anche complessi famosi come I.G. Farben, le fabbriche Krupp, e le fabbriche Siemens-Schuckert avevano costruito loro impianti ad Auschwitz e nei pressi di Lublino. La collaborazione tra le SS e gli industriali era ottima: dalla deposizione di Hoss, comandante di Auschwitz, sappiamo per esempio che i rapporti con i rappresentanti della I.G. Farben erano quanto mai cordiali. (Quanto alle condizioni di lavoro, l’idea era ovviamente quella di uccidere con la fatica; secondo Hilberg, almeno venticinquemila dei trentacinquemila ebrei che lavorarono nello stabilimento della I.G. Farben morirono.)

 

Ma una cosa Eichmann non sbagliò di ricordare: Theresienstadt fu davvero il solo campo di concentramento che non cadde sotto il controllo del WVHA, ma rimase di sua competenza sino alla fine.

 

Inoltre, tutta la corrispondenza relativa alla questione doveva rispettare rigorosamente un determinato “gergo”, e se si eccettuano i rapporti degli Einsatzgruppen è raro trovare documenti in cui figurino parole crude come “sterminio,” “liquidazione,” “uccisione.” Invece di dire uccisione si dovevano usare termini come “soluzione finale”, “evacuazione” (Aussiedlung) e “trattamento speciale” (Sonderbehandlung); invece di dire deportazione bisognava usare parole come “trasferimento” o “lavoro in oriente” (Arbeitseinsatz im Osten), oppure, se si parlava di persone dirette a Theresienstadt (il cosiddetto “ghetto dei vecchi”, per categorie privilegiate di ebrei), si doveva dire “cambiamento di residenza”, in modo da dare l’impressione che si trattasse di provvedimenti temporanei. In certi casi speciali questo gergo subì qualche leggera modifica, e così, per esempio, un alto funzionario del ministero degli esteri propose un giorno che in tutta la corrispondenza col Vaticano lo sterminio degli ebrei venisse chiamato “soluzione radicale”: formula sottile, perché a giudizio dei nazisti il governo-fantoccio della Slovacchia, che era un governo cattolico e presso il quale il Vaticano aveva fatto dei passi, non era stato “abbastanza radicale” nella sua legislazione antisemitica, avendo commesso il “gravissimo errore” di fare eccezioni per gli ebrei che si battezzavano. Soltanto tra di loro i “depositari di segreti” potevano parlare liberamente, senza ricorrere al linguaggio convenzionale, ma è molto improbabile che lo facessero nel normale adempimento delle loro criminose mansioni, cioè in presenza di stenografi o di semplici impiegati. Qualunque sia la ragione per cui quel gergo venne inventato, esso fu di enorme utilità per mantenere l’ordine e l’equilibri negli innumerevoli servizi la cui collaborazione era essenziale.

 

Eichmann non assisté mai a fucilazioni di massa, non seguì mai il processo dell’asfissia né la selezione degli idonei al lavoro ( in media il 25% di ogni convoglio) che ad Auschwitz precedeva l’uccisione. Vide appena quel tanto che gli bastava per sapere con esattezza come funzionava quel meccanismo di distruzione, per sapere che c’erano due diversi metodi di esecuzione, la fucilazione e l’asfissia; che la prima era effettuata dagli Einsatzgruppen e la seconda era praticata nei campi o in camere o in camion a gas; e che nei campi vigeva tutta una complicata procedura per ingannare la vittime fino all’ultimo momento.

 

La questione è comunque accademica, poiché negli anni di guerra, come ha giustamente rilevato lo storico tedesco Gerhard Ritter, non ci fu in Germania nessuna “resistenza socialista organizzata.”

 

Certo, il corpo degli ufficiali superiori rimase turbato quando Hitler emanò il cosiddetto “ordine sui commissari,” nel maggio 1941, quando cioè apprese che nella prossima campagna di Russia tutti i funzionari sovietici, e naturalmente tutti gli ebrei, dovevano essere massacrati. In quei circoli si guardò ovviamente con una certa preoccupazione al fatto che, come disse Goerdeler, nei tenitori occupati e contro gli ebrei si adottassero “tecniche di liquidazione e di persecuzione religiosa… che peseranno per sempre sulla nostra storia”. Tuttavia pare che a nessuno venisse mai in mente che quei sistemi non soltanto rendevano “enormemente più difficile la nostra posizione” (nel negoziare un trattato di pace con gli Alleati), non soltanto erano una “macchia sul buon nome della Germania” e non soltanto minavano il morale dell’esercito, ma erano qualcosa di più, erano spaventosi anche per altre ragioni. “A che punto hanno ridotto il glorioso esercito delle guerre di liberazione [contro Napoleone nel 1814] e di Guglielmo I [nella guerra franco-prussiana del 1870] – esclamò Goerdeler quando seppe del rapporto di un uomo delle SS che, con tono distaccato, diceva che non era “molto bello mitragliare fosse ricolme di migliaia di ebrei e poi gettare terra sui corpi che ancora si agitano.” E a nessuno passò per la mente che potesse esserci un legame tra quelle atrocità e la richiesta degli alleati di resa incondizionata, richiesta che i tedeschi si sentivano autorizzati a criticare come “nazionalistica” e “irragionevole” e ispirata da odio cieco.

 

E nella gerarchia nazista proprio Himmler era il più dotato per risolvere i problemi di coscienza. Coniava slogan, come quello famoso delle SS ( desunto da un discorso pronunziato da Hitler alle SS nel 1931) : “Il mio onore è la mia lealtà” – frasi che Eichmann chiamava “parole alate” e i giudici chiamavano “chiacchiere vuote.” E lanciava questi slogan, come ricordò Eichmann, “verso la fine dell’anno”, probabilmente in concomitanza con la gratifica natalizia.Eichmann ne ricordava soltanto uno, e lo più e più volte: “Queste sono battaglie che le generazioni future non dovranno più combattere,” dove per “battaglie” erano da intendersi quelle contro le donne, i bambini, i vecchi e altre “bocche inutili.”    Altre frasi di questo tipo, dette da Himmler ai comandanti degli Einsatzgruppen e ai comandanti superiori delle SS e della polizia, erano: “Aver resistito sino alla fine ed essere rimasti puliti, questo è quello che ci ha induriti. È una pagina di gloria che non era mai stata scritta nella nostra storia e che mai piú lo sarà.” Oppure: “L’ordine di risolvere la questione ebraica: questo era l’ordine più spaventoso che un’organizzazione potesse ricevere”. O ancora: “Noi ci rendiamo conto che ciò che ci attendiamo da voi è ‘sovrumano’, di essere ‘sovrumanamente inumani.'” Tutto quello che si può dire è che queste aspettative non andarono deluse.

 

Perciò il problema era quello di soffocare non tanto la voce della loro coscienza, quanto la pietà istintiva, animale, che ogni individuo normale prova di fronte alla sofferenza fisica degli altri. Il trucco usato da Himmler (che a quanto pare era lui stesso vittima di queste reazioni istintive) era molto semplice e, come si vide, molto efficace: consisteva nel deviare questi istinti, per così dire, verso l’io. E cosí, invece di pensare: che cose orribili faccio al mio prossimo!, gli assassini pensavano: che orribili cose devo vedere nell’adempimento dei mie doveri, che compito terribile grava sulle mie spalle!

 

Il programma di sterminio iniziato nell’autunno del 1941 seguiva, per così dire, due binari completamente diversi. Uno conduceva alle camere a gas, e l’altro nelle mani degli Einsatzgruppen, i quali, specialmente in Russia, agivano nelle retrovie dell’esercito col pretesto di dover combattere i partigiani, e facevano strage non di ebrei soltanto.

 

 

Queste unità mobili addette allo sterminio  erano appena quattro, ciascuna delle dimensioni di un battaglione, e contavano in tutto non più di tremila uomini: avevano quindi bisogno della collaborazione delle forze armate, e in effetti i rapporti con queste erano di regola “eccellenti” e in certi casi addirittura “cordiali” ( herzlich). I generali si mostravano di una “bontà stupefacente”: non solo consegnavano agli Einsatzgruppen i loro ebrei, ma spesso distaccavano soldati regolari perché li aiutassero a massacrare. Secondo i calcoli di Hilberg il totale delle loro vittime ebree ammontò a circa un milione e mezzo, ma questa strage non era il risultato dell’ordine del Fuhrer di sterminare fisicamente tutto il popolo ebraico: era il risultato di un ordine precedente, quello dato da Hotler a Himmler nel marzo del 1941, che diceva di preparare le SS e la polizia ad “assolvere missioni speciali in Russia.”

 

Le prima camere a gas furono costruite nel 1939, in ottemperanza al decreto di Hitler, secondo cui alle “persone incurabili” doveva essere “concessa una morte pietosa”. La parola “assassinio” era stata sostituita dalla perifrasi “concedere una morte pietosa”. (Fu probabilmente questa origine a infondere nel dott. Servatius la sorprendente convinzione che lo sterminio coi gas dovesse essere considerato una «questione medica»). L’idea in sé, come abbiamo detto, risaliva a molto tempo prima. Già nel 1935 Hitler aveva spiegato al suo “Capo medico del Reich” Gerhard Wagner che, se fosse venuta la guerra, avrebbe «ripreso e condotto in porto questa faccenda dell’eutanasia, poiché in tempo di guerra è molto più facile». Il decreto entrò immediatamente in vigore per ciò che riguarda i malati di mente, e così tra il dicembre del 1939 e l’agosto del 1941 circa cinquantamila tedeschi furono uccisi con monossido di carbonio in istituti dove le camere della morte erano camuffate in stanze per la doccia – esattamente come lo sarebbero state più tardi ad Auschwitz. Il programma suscitò enorme scalpore. Era impossibile tener segreta l’uccisione di tanta gente; la popolazione tedesca delle zone in cui sorgevano quegli istituti se ne accorse e ci fu un’ondata di proteste, da parte di persone di ogni ceto che ancora non si erano fatte un’idea “oggettiva” della natura della scienza medica e dei compiti del medico. Nell’Europa orientale lo sterminio coi gas – o, per usare il linguaggio dei nazisti, il «modo umanitario» di «concedere una morte pietosa» – iniziò quasi il giorno stesso in cui in Germania fu sospesa l’uccisione dei malati di mente. Gli uomini che avevano lavorato per il programma di eutanasia furono ora inviati a oriente, a costruire gli impianti per distruggere popoli interi – e questi uomini erano scelti o dalla Cancelleria del Führer o dal ministero della sanità del Reich, e solamente ora furono messi, amministrativamente, sotto il controllo di Himmler.

 

A scuoterlo veramente non fu l’accusa di aver mandato a morire milioni di persone, ma soltanto l’accusa – mossagli da un testimone e non accolta dalla Corte – di avere un giorno picchiato a morte un ragazzo ebreo. Certo, egli aveva mandato gente anche nell’area dove operavano gli Einsatzgruppen (i reparti speciali tedeschi, ndr), i quali non concedevano “una morte pietosa” ma fucilavano, tuttavia doveva poi aver provato un senso di sollievo quando ciò non fu più necessario data la sempre crescente “capacità di assorbimento” delle camere a gas. Doveva anche aver pensato che il nuovo metodo rappresentava un decisivo miglioramento nell’atteggiamento del governo nazista verso gli ebrei poiché il beneficio dell’eutanasia, a regola, era riservato soltanto ai veri tedeschi. Col passare del tempo, mentre la guerra infuriava e dappertutto era morte e violenza (sul fronte russo, nei deserti africani, in Italia, sulle coste francesi, tra le rovine delle città tedesche), i centri di sterminio di Auschwitz e di Chelmno, di Majdanek e di Belzek, di Treblinka e di Sobibor, dovevano davvero essergli apparsi altrettanti “istituti di carità”, come li chiamavano gli esperti di eutanasia. Inoltre, a partire dal gennaio del 1942, sul fronte orientale avevano cominciato a operare “gruppi di eutania”che “aiutavano i feriti” tra le nevi e i ghiacci, e questa uccisione di soldati feriti, sebbene anch’essa “segretissima”, era nota a molti, sicuramente agli esecutori della “soluzione finale.”

 

Gli esperti di diritto approntarono leggi per rendere apolidi le vittime, il che era molto importante per due ragioni: nessuno stato poteva indagare sul loro destino, e lo Stato in cui risiedevano poteva confiscare i loro beni.

 

Eichmann o i suoi uomini comunicavano ai Consigli ebraici degli Anziani quanti ebrei occorrevano per formare un convoglio, e quelli preparavano gli elenchi delle persone da deportare. E gli ebrei si facevano registrare, riempivano innumerevoli moduli, rispondevano a pagine e pagine di questionari riguardanti i loro beni, in modo di agevolarne il sequestro; poi si radunavano nei centri di raccolta e salivano sui treni. I pochi che tentavano di nascondersi o di scappare venivano cercati da uno speciale corpo di polizia ebraico. A quanto constava ad Eichmann, nessuno protestava, nessuno si rifiutava di collaborare. “Immerzu fahren hier die Leute zu ihren eigenen Begrabnis” – “qui la gente parte continuamente, diretta verso la propria tomba,” disse un osservatore ebraico a Berlino nel 1943.

 

(“E’ fuor di dubbio che senza la collaborazione delle vittime ben difficilmente poche migliaia di persone, che per giunta lavoravano quasi tutte al tavolino, avrebbero potuto liquidare molte centinaia di migliaia di essere umani … Lungo tutto il viaggio verso la morte, gli ebrei polacchi di rado vedevano più di un pugno di tedeschi.” Così dice R. Pendorf, e ciò vale ancor di più per quegli ebrei che erano portati a morire in Polonia da altri paesi.)

Per un ebreo, il contributo dato dai capi ebraici alla distruzione del proprio popolo, è uno dei capitoli più foschi di tutta quella fosca vicenda. La cosa è risaputa da tempo, ma ora Raul Hilberg, nella sua fondamentale opera The destruction of the European Jews già da noi citata, ne ha esposto per la prima volta tutti i patetici e sordidi particolari. In fatto di collaborazione, non c’era differenza tra le comunità ebraiche dell’Europa centro-occidentale, fortemente assimilate, e le masse di lingua yiddish dei paesi orientali. Ad Amsterdam come a Varsavia, a Berlino come a Budapest, i funzionari ebrei erano incaricati di compilare le liste delle persone da deportare e dei loro beni, di sottrarre ai deportati il denaro per pagare le spese della deportazione e dello sterminio, di tenere aggiornato l’elenco degli alloggi rimasti vuoti, di fornire forze di polizia per aiutare a catturare gli ebrei e a caricarli sui treni, e infine, ultimo gesto, di consegnare in buon ordine gli inventari dei beni della comunità per la confisca finale. Quei funzionari distribuivano i distintivi con la stella gialla, e in certi casi, come a Varsavia, “la vendita delle fasce da mettere al braccio diveniva un vero e proprio commercio, poiché c’erano fasce comuni di stoffa e fasce di lusso, in plastica lavabile.” Nei manifesti che essi affiggevano — ispirati, ma non dettati dai nazisti — avvertiamo ancora quanto fossero fieri di questi nuovi poteri: “Il Consiglio ebraico centrale annunzia che gli è stato concesso il diritto di disporre di tutti i beni spirituali e materiali degli ebrei, e di tutte le persone fisiche ebree,” diceva il primo proclama del Consiglio di Budapest. Noi sappiamo che cosa provavano i funzionari ebrei quando divenivano strumenti nelle mani degli assassini: si sentivano come capitani “le cui navi stanno per affondare e che tuttavia riescono a condurle sane e salve in porto gettando a mare gran parte del loro prezioso carico”; si sentivano salvatori che “con cento vittime salvano mille persone, con mille diecimila”. Senonché la verità era ancor piú mostruosa. In Ungheria, per esempio, il dott. Kastner salvò esattamente 1684 persone al prezzo di circa 476.000 vittime. Per non lasciare la selezione al “caso”, occorrevano “principi sacrosanti” che guidassero “la debole mano umana che scrive sulla carta il nome di una persona sconosciuta e così decide della sua vita o della sua morte”. Ma con questi “sacrosanti principi” chi si sceglieva di salvare? Coloro “che avevano lavorato per tutta la vita per lo zibur”, cioè per la comunità, vale a dire i funzionari e gli ebrei “più illustri”, come dice Kastner nel suo rapporto.

 

In origine Bergen-Belsen era stato appunto un campo di “ebrei da scambiare.”

 

In Olanda, dove lo Joodsche Raad presto divenne al pari di tutte le autorità olandesi uno “strumento” dei nazisti, 103.000 ebrei furono deportati nei campi di sterminio e circa 5.000 a Theresienstadt: tutti al solito modo, ossia con la collaborazione dei capi ebraici; ne tornarono solo 519. Invece dei 20.000-25.000 ebrei che sfuggirono ai nazisti e cioè, anche, ai Consigli ebraici e si nascosero, ne sopravvissero 10.000, una cifra paria al 40 o 50%. La maggior parte degli ebrei inviati a Theresiendtadt ritornò in Olanda.

 

Già abbiamo accennato al caso famoso del dott. Hans Globke, sottosegretario di Stato e dal 1953 al 1963 capo della “divisione personale” della Cancelleria di Bonn. Poiché agli fu l’unico individuo di questa categoria  ad essere menzionato nel corso del processo, varrà forse la pena esaminare un po’ da vicino le sue attività “moderatrici.” Prima che Hitler prendesse il potere, il dottor Globke aveva lavorato presso il ministero degli esteri prussiano, e qui aveva dimostrato un precoce interesse per la questione ebraica. Era stato lui il primo a formulare la prima istruzione che raccomandava  la “prova di origine ariana” per le persone che chiedevano di cambiare nome.

 

non sarà inopportuno ricordare che in Francia i veterani ebrei, quando il governo offrì loro gli stessi privilegi, risposero: “Noi dichiariamo che rinunciamo ad ogni beneficio eccezionale che possa derivare dalla nostra condizione di ex-soldati”. Inutile dire che, dal canto loro, i nazisti non presero mai sul serio queste distinzioni: per loro un ebreo era un ebreo.

 

Nulla forse quanto il cosiddetto Rapporto Kastner ( Der Kraner-Bericht uber Eichmanns Menschenhandel in Ungarg, 1961) mostra fino a che punto persino le vittime accettassero i criteri della soluzione finale.

 

In altre parole, gli ebrei meno “illustri” erano costantemente sacrificati a quelli che non potevano sparire senza provocare fastidiose inchieste. Non necessariamente le “aderenze nel mondo esterno” vivevano fuori della Germania; secondo Himmler, c’erano “ottanta milioni di buoni tedeschi, e ognuno di essi ha il suo bravo ebreo; gli altri sono porci, è chiaro, ma questo ebreo particolare è una persona di prim’ordine” (Hilberg). Lo stesso Hitler, a quanto si dice, conosceva trecentoquaranta “ebrei di prim’ordine” e aveva concesso loro la posizione di tedeschi puri o almeno i privilegi garantiti ai mezzi ebrei. Migliaia di  mezzi ebrei erano stati “esentati” e non dovevano sottostare ad alcuna restrizione, il che può spiegare come mai Heydrich e Hans Frank potessero salire così in alto nelle SS ed Erhard Milch potesse divenire feldmaresciallo nell’aviazione di Goring: è noto infatti che Heydrich e Milch erano mezzi ebrei. (Dei principali criminali di guerra, soltanto due si pentirono in punto di morte: Heydrich nei nove giorni che gli ci vollero per morire in seguito alle ferite infertegli dai patrioti cecoslovacchi,  e Frank prima di essere impiccato a Norimberga; purtroppo si ha ragione di sospettare che si pentissero non di aver commesso crimini spaventosi, ma soltanto di aver tradito la propria gente.) Gli interventi in favore di ebrei “illustri” , quando venivano da persone anch’esse illustri, avevano spesso pieno successo.

 

Nella Germania di oggi quest’idea degli ebrei “illustri” è ancora viva. Mentre non si parla più dei veterani e di altri gruppi privilegiati, si deplorano ancora i maltrattamenti inflitti agli ebrei “famosi.” Più d’uno, soprattutto nei circoli intellettuali, seguita a deplorare pubblicamente che la Germania costringesse Einstein a far fagotto; ma sembra che costoro non si rendano conto che delitto molto più grave fu uccidere il piccolo Hans Cohn, che abitava all’angolo, anche se non era un genio.

 

Buona parte della spaventosa precisione con cui fu attuata la soluzione finale ( una precisione che l’osservatore considera tipicamente tedesca o comunque caratteristica del perfetto burocrate) si può appunto ricondurre alla strana idea, effettivamente molto diffusa in Germania, che essere ligi alla legge non significa semplicemente obbedire, ma anche agire come se si fosse il legislatore che ha stilato la legge cui si obbedisce. Da qui la convinzione che occorra fare anche di più di ciò che impone il dovere.

 

Gli ungheresi si erano allora ripresi qualche migliaio di uomini idonei al lavoro, facendo fucilare tutti gli altri da truppe magiare guidati da reparti di polizia tedeschi. Ma dopo questo avvenimento l’ammiraglio Horthy, dittatore fascista dell’Ungheria, non era voluto andare oltre, forse grazie all’influenza moderatrice di Mussolini e del fascismo italiano, e negli anni successivi l’Ungheria, come l’Italia, era divenuta per gli ebrei una specie di porto, una nazione dove anche i profughi polacchi e slovacchi potevano, a volte, salvarsi.

 

Quello che Eichmann chiamò un “sogno” fu per gli ebrei un incubo spaventoso: in nessun’altra nazione tanta gente fu deportata e sterminata in così breve tempo: in meno di due mesi partirono centoquarantasette treni che portarono via 434.351 persone rinchiuse in vagoni-merci sigillati, cento per vagone, e le camere a gas di Auschwitz pur lavorando a pieno ritmo stentarono a liquidare tutta questa moltitudine.

 

Gli affari di Becher concluse con Kastner furono molto più semplici di quelli con i magnati dell’industria; si trattava di fissare un prezzo per la vita di ogni ebreo da salvare. Le trattative furono molto vivaci, e pare che a un certo punto anche Eichmann partecipasse alle discussioni preliminari. Fatto caratteristico, il prezzo da lui proposto era il più basso di tutti, appena duecento dollari per ebreo – naturalmente, però, non perché voleva salvare più ebrei, ma perché non era abituato a pensare in grande. Alla fine ci si accordò per un somma di mille dollari, e così 1684 ebrei, compresi e parenti di Kastner, lasciarono l’Ungheria diretti al “campo di scambio” di Bergen-Belsen, da dove poi raggiunsero la Svizzera.

 

Il male, nel Terzo Reich, aveva perduto la proprietà che permette ai più di riconoscerlo per quello che è – la proprietà della tentazione. Molti tedeschi e molti nazisti, probabilmente la stragrande maggioranza, dovettero essere tentati di non uccidere, non rubare, non mandare a morire i loro vicini di casa ( chè naturalmente, per quanto non sempre conoscessero gli orridi particolari, essi sapevano che gli ebrei erano trasportati verso la morte); e dovettero essere tentati di non trarre vantaggi da questi crimini e divenirne complici. Ma Dio sa quanto bene avessero imparato a resistere a queste tentazioni.

 

Ben presto si vide che, se non proprio in teoria, almeno in pratica esistevano grandi differenze tra gli antisemiti dei vari paesi. E cosa ancor più fastidiosa, anche se facilmente prevedibile, gli unici ad apprezzare ed esaltare il “tipo” tedesco, radicale, erano proprio quei popoli orientali ( gli ucraini, gli estoni, i lettoni, i lituani e in certa misura i romeni) che i nazisti avevano deciso di considerare orde barbariche “subumane”. Molto meno ostili verso gli ebrei erano poi  gli scandinavi ( Knut Hamsun e Sven Hedin furono eccezioni) che pure, secondo i nazisti, erano fratelli di sangue dei tedeschi.

 

In Germania ci furono alcuni interventi in favore di “casi speciali” ( del poeta Alfred Mombert, per esempio, membro del circolo Stefan George, al quale fu concesso il permesso di partire per la Svizzera), ma in generale la popolazione non avrebbe potuto restare più indifferente. ( Fu probabilmente in questo momento che Heydrich capì l’importanza di sceverare dalla massa anonima gli ebrei illustri, e d’accordo con Hitler decise di creare i campi di Theresienstadt e di Bergen-Belsen.)

 

Ma nel marzo del 1941, mentre fervevano i preparativi della guerra contro la Russia, Eichmann fu all’improvviso messo a capo di una nuova sottosezione: o meglio, il nome della sua sottosezione, “Emigrazione ed evacuazione”, fu cambiato in “Affari ebraici, evacuazione.”

 

I provvedimenti preliminari, che subito servirono da modello a tutti gli altri paesi, furono: primo, introduzione del distintivo giallo ( 1° settembre 1941); secondo, revisione della legge sulla cittadinanza, nel senso che un ebreo non era più considerato cittadino tedesco se viveva fuori dai confini del Reich ( da dove doveva naturalmente essere deportato); terzo, un decreto in base al quale tutti i beni degli ebrei tedeschi che avevano perduto la cittadinanza tedesca  dovevano essere confiscati dal Reich ( 25 novembre 1941). Questa fase preparatoria culminò in accordo tra Himmler e Otto Thirack, ministro della giustizia: il secondo lasciò alle SS la giurisdizione su “polacchi, russi, ebrei e zingari,” dato che il ministero della giustizia non poteva dare che “un piccolo contributo allo sterminio [sic] di queste popolazioni.” ( Un linguaggio così franco in una lettera dell’ottobre 1942 – spedita da Thierack a Martin Bormann, capo della cancelleria del partito -, è veramente notevole.)

 

Il ministero degli esteri scriveva alle autorità degli altri paesi dicendo che il Reich stava diventando judenrein e che perciò era assolutamente indispensabile che gli ebrei stranieri venissero richiamati in patria, se non si voleva che incorressero nei provvedimenti antiebraici.

 

E quanto fosse facile tranquillizzare la coscienza della popolazione tedesca lo si vede bene dalla spiegazione ufficiale che delle deportazioni dette la cancelleria del partito in una sua circolare dell’autunno 1942: “ E’ nella natura delle cose che questi problemi, sotto certi aspetti difficilissimi, possano essere risolti nell’interesse del nostro popolo soltanto impiegando una spietata durezza [rucksichtslose Harte]”.

 

Di una cosa, però, nessuno purtroppo parlò: e cioè che era stato Laval in persona a proporre che le deportazioni fossero estese ai bambini al di sotto  dei sedici anni: dal che si desume che il mostruoso episodio non fu neppure il risultato di “ordini superiori”, bensì di un accordo tra Francia e Germania, negoziato ad altissimo livello. Nell’estate e nell’autunno del 1942 ventiseimila ebrei apolidi ( diciottomila di Parigi e novemila della Francia di Vichy) furono deportati ad Auschwitz. In tutta la Francia non ne restarono che  settantamila.

 

Decine di migliaia di apolidi si nascosero, mentre altre migliaia fuggirono nella zona occupata dagli italiani, la Costa Azzurra, dove erano al sicuro quale che fosse la loro origine o nazionalità.

 

Gli ebrei sefarditi, di origine spagnola, che si trovavano in Olanda, erano stati esclusi dalla deportazione, eppure ebrei di quella stessa medesima origine erano stati mandati ad Auschwitz da Salonicco. Nella sentenza di Gerusalemme si affermò poi che l’RSHA aveva avuto il “sopravvento” in questa disputa: ma era un errore, perché Dio sa per quali ragioni circa trecentosettanta ebrei sefardici rimasero indisturbati ad Amsterdam.

 

E’ sempre relativamente facile uscire illegalmente da un paese, ma è quasi impossibile trovare rifugio in un altro senza il permesso e all’insaputa delle autorità preposte all’immigrazione. Circa novecento persone, un po’ più della metà della piccola comunità ebraica norvegese, furono fatte passare in Svezia alla chetichella.

 

Gli ebrei ebbero appena il tempo di lasciare le loro case e di nascondersi, cosa che fu molto facile perché, come si espresse la sentenza, “tutto il popolo danese, dal re al più umile cittadino”, era pronto a ospitarli. Probabilmente sarebbero dovuti rimanere nascosti per tutta la durata della guerra se la Danimarca non avesse avuto la fortuna di essere vicina alla Svezia. Si ritenne opportuno trasportare tutti gli ebrei in Svezia, e così si fece con l’aiuto della flotta da pesca danese. Le spese di trasporto per i non abbienti (circa cento dollari a persona) furono pagate in gran parte da ricchi cittadini danesi, e questa fu forse la cosa più stupefacente di tutte, perché negli altri paesi gli ebrei pagavano da sé le spese della propria deportazione, gli ebrei ricchi spendevano tesori per comprarsi permessi di uscita ( in Olanda, Slovacchia e più tardi Ungheria), o corrompendo le autorità locali o trattando “legalmente” con le SS, le quali accettavano soltanto valuta pregiata e, per esempio in Olanda, volevano dai cinquemila ai diecimila dollari per persona. Anche dove la popolazione simpatizzava per loro e cerca sinceramente di aiutarli, gli ebrei dovevano pagare se volevano andar via, e quindi le possibilità di fuggire, per i poveri, erano nulle. Occorse quasi tutto ottobre per traghettare gli ebrei attraverso le cinque-quindici miglia di mare che separano la Danimarca dalla Svezia. Gli svedesi accolsero 5919 profughi, di cui almeno 1000 erano di origine tedesca, 1310 erano mezzi ebrei e 686 erano non ebrei sposati ad ebrei. ( Quasi la metà degli ebrei di origine danese rimase invece in Danimarca, e si salvò tenendosi nascosta.)

 

Finché l’Italia seguitava a non massacrare i suoi ebrei, anche gli altri satelliti della Germania potevano cercare di fare altrettanto. E così Dome Sztojai, il primo ministro ungherese che i tedeschi avevano imposto a Horthy, ogni volta che si trattava di prendere provvedimenti antiebraici voleva sapere se gli stessi provvedimenti erano stati presi in Italia.

Il sabotaggio era tanto più irritante, in quanto che era attuato pubblicamente, in maniera quasi beffarda. Le promesse erano fatte da Mussolini in persona o da altissimi gerarchi,e se poi i generali non le mantenevano, Mussolini porgeva le scuse adducendo come spiegazione la loro “diversa formazione intellettuale.” Soltanto di rado i nazisti si sentivano opporre un netto rifiuto, come quando il generale Roatta dichiarò che consegnare alle autorità tedesche gli ebrei della zona jugoslava occupata dall’Italia era “incompatibile con l’onore dell’esercito italiano.”

 

Verso la fine degli anni ’30 Mussolini , cedendo alle pressioni tedesche, aveva varato leggi antiebraiche e aveva stabilito le solite eccezioni ( veterani di guerra, ebrei superdecorati e simili), ma aveva aggiunto una nuova categoria e precisamente gli ebrei iscritti al partito fascista, assieme ai loro genitori e nonni, mogli, figli e nipoti.

 

Anche gli antisemiti più accaniti non dovevano prendere la cosa molto sul serio, e Roberto Farinacci, capo del movimento antisemita italiano, aveva per esempio un segretario ebreo.

 

La chiave dell’enigma è naturalmente che l’Italia era uno dei pochi paesi d’Europa dove ogni misura antisemita era decisamente impopolare, e questo perché, per dirla con le parole di Ciano, quei provvedimenti “sollevavano problemi che fortunatamente non esistevano.”

 

L’umanità italiana resisté inoltre alla prova del terrore che si abbatté sulla nazione nell’ultimo anno e mezzo di guerra. Nel dicembre del 1943 il ministero degli esteri tedesco chiese ufficialmente l’aiuto del capo di Eichmann, Muller: “In considerazione del poco zelo mostrato negli ultimi mesi dai funzionari italiani nel mettere in atto i provvedimenti antiebraici raccomandati dal Duce, noi del ministero degli esteri riteniamo urgente e necessario che l’adempimento di tali provvedimenti… sia controllato da funzionari tedeschi”. Dopo di che, famigerati sterminatori come Odilo Globocnik furono spediti in Italia; anche il capo dell’amministrazione militare tedesca non fu un uomo dell’esercito, ma l’ex-governatore della Galizia polacca, il Gruppenführer Otto Wächter. Ormai non si poteva più scherzare. L’ufficio di Eichmann diramò alle sue varie branche una circolare in cui si avvertiva che si dovevano subito prendere le “necessarie misure” contro gli “ebrei di nazionalità italiana”. La prima azione doveva essere sferrata contro gli ottomila ebrei di Roma, al cui arresto avrebbero provveduto reggimenti di polizia tedesca dato che sulla polizia italiana non si poteva fare affidamento. Gli ebrei furono avvertiti in tempo, spesso da vecchi fascisti, e settemila riuscirono a fuggire. I tedeschi, come sempre facevano quando incontravano resistenza, cedettero e ora accettarono che gli ebrei, anche se non appartenevano a categorie “esentate”, venissero non deportati, ma soltanto internati in campi italiani. Per l’Italia, questa soluzione poteva essere considerata sufficientemente “finale”. Così circa trentacinquemila ebrei furono catturati nell’Italia settentrionale e sistemati in campi di concentramento nei pressi dei confine austriaco. Nella primavera dei 1944, quando ormai l’Armata Rossa aveva occupato la Romania e gli Alleati stavano per entrare in Roma, i tedeschi violarono la promessa e cominciarono a trasportarli ad Auschwitz: ne portarono via circa settemilacinquecento, di cui poi ne tornarono appena seicento. Tuttavia, gli ebrei che scomparvero non furono nemmeno il dieci per cento di tutti quelli che vivevano allora in Italia.

 

La scadenza del febbraio 1942 non potè essere rispettata perché gli ebrei riuscirono a fuggire dalla Croazia nel territorio occupato dagli italiani, ma dopo il colpo di Stato di Badoglio, arrivò a Zagabria Hermann Krumey, un altro uomo di Eichmann, ed entro l’autunno 1943 trentamila ebrei furono deportati ai centri di sterminio.

 

Schafer fu poi processato, dopo la guerra, da un tribunale tedesco. Per aver ucciso col gas 6280 donne e bambini fu condannato a sei anni e sei mesi di carcere.

 

E fu sempre Beckerle a informare L’RSHA, con tono stizzoso, che non c’era più nulla da fare. Il risultato fu che non solo un ebreo bulgaro era stato deportato o era morto di morte non naturale quando, nell’agosto del 1944, avvicinandosi l’Armata Rossa, le leggi antiebraiche furono revocate.

 

La popolazione greca assisté con indifferenza, quando addirittura non “approvò” l’operazione, e lo stesso fecero perfino alcuni gruppi di partigiani. Nel giro di due mesi tutta la comunità fu deportata; treni partivano per Auschwitz quasi ogni giorno, portando ciascuno da duemila a duemilacinquecento ebrei, in vagoni-merci. Nell’autunno dello stesso anno, quando l’esercito italiano si sgretolò, fu condotta rapidamente a termine anche l’evacuazione di circa tredicimila ebrei della Grecia meridionale, inclusa Atene e le isole. Ad Auschwitz molti ebrei greci furono inquadrati nei cosiddetti “commandos della morte” che facevano funzionare le camere a gas e i crematori. Costoro erano ancora in vita quando, nel 1944, gli ebrei ungheresi furono sterminati e il ghetto di Lodz fu liquidato. Alla fine di quell’estate, allorché si sparse la voce che le stragi sarebbero state presto sospese e gli impianti sarebbero stati smantellati, scoppiò una delle pochissime rivolte che si conoscano in un campo di concentramento: i “commandos della morte” erano certi che ora anche loro sarebbero stati uccisi. La rivolta fu un disastro completo: un uomo solo sopravvisse  per poterne raccontare la storia.

 

In Romania perfino le lon Antonescu rimasero sbalordite e in certi casi spaventate di fronte agli orrori dei colossali pogrom spontanei, di tipo tradizionale: spesso intervennero per impedire che gli ebrei fossero letteralmente scannati, in modo che l’uccisione potesse avvenire con sistemi che a loro giudizio erano più civili. No è un’esagerazione dire che già nell’anteguerra la Romania era il paese più antisemita d’Europa.

 

Due anni più tardi, nell’agosto del 1940, pochi mesi prima che la Romania entrasse in guerra al fianco della Germania, il maresciallo lon Antonescu, capo della Guardia di Ferro e dittatore del paese, dichiarò apolidi tutti gli ebrei eccettuando soltanto quelle poche centinaia di famiglie che avevano ottenuto la cittadinanza prima dei trattati di pace. In quello stesso mese varò anche leggi antiebraiche che furono le più severe d’Europa, più severe perfino di quelle approvate in Germania.

 

Il metodo rumeno di deportare gli ebrei consisteva nell’ammucchiare cinquemila persone in carri-bestiame e nel lasciarle morire per soffocamento mentre il treno per giorni e giorni viaggiava senza una meta per la campagna. Dopo di che, uno dei divertimenti preferiti consisteva nell’esporre i cadaveri nelle macellerie ebraiche. Anche nei campi di concentramento rumeni ( campi che i rumeni stessi provvidero a creare e a controllare quando le deportazioni verso oriente non furono più possibili) le atrocità erano più raffinate e spaventose di quelle che si potevano commettere in Germania.

 

La specialità del governo consisteva nell’imporre tasse altissime, a casaccio, a gruppi o a intere comunità di ebrei. Ed ora i rumeni avevano scoperto che gli ebrei si potevano spedire all’estero in cambio di valuta pregiata, e così si trasformarono nei più ferventi sostenitori dell’emigrazione — milletrecento dollari a testa. Fu a questo modo che la Romania divenne una delle poche basi da cui gli ebrei potevano emigrare in Palestina durante la guerra. E quando si avvicinò l’Armata Rossa, Antonescu divenne ancora più “moderato”: permise addirittura che gli ebrei lasciassero il paese senza pretendere per questo nessun compenso.

Come ciò poté avvenire ce lo spiega una delle frasi più paradossali che si siano udite da un testimone al processo Eichmann: : i futuri membri del Comitato centrale ebraico (così si chiamò in Ungheria il Consiglio ebraico) avevano sentito dire dai vicini slovacchi che Wisliceny accettava volentieri somme in denaro, e sapevano anche che malgrado i compensi egli “aveva deportato tutti gli ebrei slovacchi.” Orbene , a quale conclusione giunse il signor Freudiger? “Capii che bisognava far di tutto per entrare in contatto con Wisliceny.”

 

I sionisti erano liberi di andare e venire a piacimento, erano esonerati dal portare la stella gialla, potevano visitare i campi di concentramento ungheresi; e qualche tempo dopo il Dott. Kastner , fondatore del Comitato di soccorso e riscatto, poté addirittura viaggiare per la Germania nazista senza  documenti d’identità, da cui sarebbe risultato che era ebreo.

A Vienna ebbe luogo una conferenza speciale a cui parteciparono anche i dirigenti delle ferrovie di Stato tedesche, dato che si trattava di trasportare quasi un milione di persone. Hòss, ad Auschwitz, fu informato dei piani dal suo superiore, il generale Richard Gliicks del WVHA, e ordinò la costruzione di un nuovo binario in modo da portare i vagoni  a pochi metri dai crematori ; il numero degli uomini dei commandos della morte fu aumentato da 224 a 860, sicché tutto era pronto per uccidere dalle seimila alle dodicimila persone al giorno. Quando nel maggio del 1944 i treni cominciarono ad arrivare, soltanto pochissimi “uomini di robusta costituzione fisica” furono selezionati e mandati a lavorare nelle fonderie Krupp di Auschwitz. (La fabbrica che i Krupp si erano da poco costruiti in Germania nei pressi di Breslavia, la Berthawerk, raccoglieva manodopera ebraica dove poteva, tenendola in condizioni ancora peggiori di quelle in cui vivevano le squadre di lavoro dei campi di sterminio.) L’operazione ungherese durò meno di due mesi; poi, all’inizio di luglio, improvvisamente, si arrestò. Grazie soprattutto ai sionisti, questa fase della tragedia era stata portata più di ogni altra a conoscenza del mondo, e dai paesi neutrali e dal Vaticano era piovuta su Horthy una valanga di proteste. Il nunzio apostolico , però, ritenne opportuno precisare che la protesta del Vaticano non scaturiva “da un falso sentimento di compassione”-  una precisazione che probabilmente resterà nella storia a testimoniare in eterno quanto le continue trattative e il desiderio di scendere a compromessi con gli uomini che predicavano il vangelo della “spietata durezza” avessero influito sulla mentalità dei massimi dignitari della Chiesa.

 

Come disse quell’ottima testimone che fu la signora Raja Kagan, il “grande paradosso” di Auschwitz era che i criminali “erano trattati meglio degli altri”: non erano soggetti alla selezione e spesso sopravvivevano.

 

L’esecuzione di questa “migrazione di popoli organizzata”, come la chiamò la sentenza, era stata affidata ad Eichmann, in quanto capo della sottosezione IV-D-4 dell’RSHA, che si occupava di “emigrazione, evacuazione”. E qui non sarà inutile ricordare che questa “politica demografica negativa” non era affatto un’improvvisazione, un’idea nata in seguito alle vittorie tedesche in oriente, ma era già stata tratteggiata nel novembre del 1937 nel discorso segreto che Hitler aveva tenuto al Comando supremo – vedasi il cosiddetto protocollo Hössbach. Hitler aveva detto che respingeva ogni idea tradizionale di conquista; ciò che gli occorreva era uno “spazio disabitato” (volkloser Raum) in oriente, per insediarvi tedeschi. I presenti – tra cui Blomberg, Fritsch e Räder – sapevano benissimo che uno spazio simile non esisteva e che perciò le parole del Führer non potevano significare che una cosa sola: a una vittoria tedesca sarebbe automaticamente seguita l'”evacuazione” di tutte le popolazioni indigene. Le misure contro gli ebrei dell’Europa orientale non erano soltanto un prodotto dell’antisemitismo, erano parte integrante di tutta una politica “demografica” che, se la Germania avesse vinto, avrebbe riservato al popolo polacco la stessa sorte degli ebrei – il genocidio. Non è una semplice congettura, poiché in Germania i polacchi erano già obbligati a portare un distintivo dove una “P” sostituiva la stella ebraica: e questo, come abbiamo visto, era il primo provvedimento che la polizia prendeva quando si cominciava ad attuare un programma di sterminio.

 

Ancor oggi, a circa vent’anni dalla fine della guerra, la nostra conoscenza dell’immenso materiale archivistico del regime nazista si fonda soprattutto sulle selezioni effettuate per conto di autorità giudiziarie inquirenti.

 

Così il signor Hoter-Yishai raccontò ora come lui e i suoi compagni fossero accolti con entusiasmo quando si presentavano come membri della “nazione israeliana in lotta,” e come fosse sufficiente “disegnare una stella di David su un panno e fissarla a un manico di scopa” per scuotere quella gente dalla pericolosa apatia in cui l’aveva gettata l’inedia. Raccontò anche come alcuni capi ebrei, “tornati a casa dai campi D.P.,” fossero finiti in un altro campo, poiché la “casa” poteva essere, per esempio, quel paesino polacco dove di seimila ebrei ne erano scampati quindici, e dove quattro di questi quindici, al loro ritorno, furono trucidati dai polacchi. Infine descrisse come lui e gli altri avessero cercato di prevenire i tentativi di rimpatrio degli Alleati, ma come spesso fossero arrivati troppo tardi: “A Theresienstadt erano sopravvissute trentaduemila persone. Dopo poche settimane ne trovammo soltanto quattromila. Circa ventottomila erano tornate o erano state fatte tornare a casa. Di quei quattromila che trovammo — bene, naturalmente nessuno tornò al luogo da cui era venuto, perché nel frattempo noi gli avevamo mostrato la strada”: la strada, beninteso, che conduceva alla Palestina, il futuro Stato d’Israele. Questa testimonianza sapeva di propaganda più di qualsiasi altra udita in precedenza, e presentava i fatti in maniera distorta. Nel novembre del 1944, dopo che l’ultimo convoglio ebbe lasciato Theresienstadt diretto ad Auschwitz, gli ospiti rimasti erano appena diecimila. Nel febbraio del 1945 ne arrivarono altri sei o ottomila: si trattava di ebrei che avevano contratto matrimoni misti e che i nazisti spedirono a Theresienstadt quando ormai tutto il sistema di trasporti tedeschi era fuori uso. Tutti gli altri ( circa quindicimila) affluirono in vagoni-merci aperti, o a piedi, nell’aprile del 1945, dopo che il campo era passato sotto il controllo della Croce Rossa: erano scampati di Auschwitz, membri delle squadre di lavoro, per lo più polacchi e ungheresi. Quando i russi liberarono Theresienstadt, il 9 maggio 1945, molti ebrei cecoslovacchi, che erano lì fin dall’inizio, partirono immediatamente e se ne tornarono a casa; Theresienstadt si trovava infatti in territorio ceco. Gli altri se ne andarono quasi tutti di propria iniziativa quando finì la quarantena imposta dai russi per evitare epidemie. Così i pochi rimasti, trovati dagli emissari palestinesi, erano probabilmente persone che per una ragione o per l’altra non avevano potuto tornare a casa – malati, vecchi, individui rimasti completamente soli che non sapevano dove andare. Eppure il signor Hoter-Yishai diceva semplicemente la verità: coloro che erano sopravvissuti nei ghetti e nei campi, che erano usciti vivi dall’incubo dell’abbandono più disperato e assoluto (tutto il mondo era una giungla e loro erano la preda), non avevano che un solo desiderio: andare in un posto dove non avrebbero mai più visto un non ebreo. Avevano bisogno degli emissari degli ebrei palestinesi per sapere che legalmente o illegalmente, per vie diritte o per vie traverse sarebbero arrivati e sarebbero stati accolti a braccia aperte; ma non ne avevano bisogno per convincersi che là dovevano andare.

 

Si dice che Herschel sia ancora vivo: il che confermerebbe il “paradosso di Auschwitz,” e cioè che gli ebrei che avevano commesso qualche delitto erano risparmiati dai nazisti.

 

E cosi un ebreo, oggi residente in Israele e sposato a una donna polacca, aveva raccontato come sua moglie avesse nascosto lui e altri dodici ebrei per tutta la durata della guerra; e un altro come fosse fuggito da un campo trovando ospitalità presso un ariano che conosceva da prima della guerra, il quale poi era stato giustiziato. Un testimone dichiarò che i partigiani polacchi avevano fornito armi a molti ebrei e avevano salvato migliaia di bambini sistemandoli presso famiglie polacche. I rischi erano enormi; un’intera famiglia polacca, per esempio, era stata sterminata nel modo piú feroce per avere adottato una bambina. Ma Kovner fu il primo e l’ultimo a raccontare di essere stato aiutato da un tedesco. C’era, è vero, anche un altro episodio che riguardava un tedesco; ma di questi si parlava soltanto in un documento: si trattava di un ufficiale che aveva aiutato gli ebrei indirettamente, sabotando gli ordini della polizia; l’aveva fatta franca, ma la cosa era stata abbastanza grave da venir menzionata nella corrispondenza tra Himmler e Bormann. Nei pochi minuti che accorsero a Kovner per raccontare come fosse stato aiutato da un sergente tedesco, un silenzio di tomba calò nell’aula dei tribunale; come se il pubblico avesse spontaneamente deciso di osservare i tradizionali due minuti di silenzio in memoria dell’uomo che si chiamava Anton Schmidt. E in quei due minuti, che furono come un improvviso raggio di luce in mezzo a una fitta, impenetrabile tenebra, un pensiero affiorò alle menti, chiaro, irrefutabile, indiscutibile: come tutto sarebbe stato oggi diverso in quell’aula, in Israele, in Germania, in tutta l’Europa e forse in tutti i paesi dei mondo, se ci fossero stati più episodi del genere da raccontare. Quella terribile penuria aveva naturalmente le sue ragioni, che sono state ripetute più e più volte. Noi le compendieremo rifacendoci a uno dei pochi libri di memorie veramente sinceri e appassionati che siano stati pubblicati in Germania dopo la guerra. Peter Bamm, un medico della Wehrmacht che era stato sul fronte russo, racconta in Die unsichtbare Flagge (1952) l’uccisione di un gruppo di ebrei di Sebastopoli. Gli ebrei furono rastrellati dagli “altri”, come l’autore chiama gli uomini degli Einsatzgruppen per distinguerli dai soldati comuni, di cui invece esalta la rettitudine, e furono rinchiusi in un’ala sigillata dell’ex-prigione della GPU, contigua ai locali dove Bamm era acquartierato. Poi furono caricati su un furgone a gas, dove perirono nel giro di pochi minuti, dopo di che l’autista trasportò i cadaveri fuori città scaricandoli in trincee anticarro. “Noi lo sapevamo. Non facemmo nulla. Chiunque avesse protestato sul serio o avesse fatto qualcosa contro le unità addette allo sterminio sarebbe stato arrestato entro ventiquattr’ore e sarebbe scomparso. Uno dei metodi più raffinati dei regimi totalitari del nostro secolo consiste appunto nell’impedire agli oppositori di morire per le loro idee di una morte grande, drammatica, da martiri. Molti di noi avrebbero accettato una morte del genere. Ma la dittatura fa scomparire i suoi avversari di nascosto, nell’anonimo. È certo che chi avesse preferito affrontare la morte piuttosto che tollerare in silenzio il crimine, avrebbe sacrificato la vita inutilmente. Ciò non vuol dire che il sacrificio sarebbe stato moralmente privo di senso. Ma sarebbe stato praticamente inutile. Nessuno di noi aveva convinzioni così profonde da addossarsi un sacrificio praticamente inutile in nome di un significato morale superiore”. È ovvio che qui lo scrittore non si rende conto di quanto sia vuota la “rettitudine” da lui tanto esaltata quando manca quello che egli chiama il “significato morale superiore”. L’esempio del sergente Anton Schmidt sta però a dimostrare non tanto la vuotezza della rispettabilità (poiché in circostanze come quelle la rettitudine si riduce semplicemente a rispettabilità), quanto la vuotezza di tutto il ragionamento, che pure a prima vista sembra ineccepibile. È vero che il regime hitleriano cercava di creare vuoti di oblio ove scomparisse ogni differenza tra il bene e il male, ma come i febbrili tentativi compiuti dai nazisti dal giugno 1942 in poi per cancellare ogni traccia dei massacri (con la cremazione, con l’incendio in pozzi, con gli esplosivi e i lanciafiamme e macchine che frantumavano le ossa) furono condannati al fallimento, così anche tutti i loro sforzi di far scomparire gli oppositori “di nascosto, nell’anonimo”, furono vani. I vuoti di oblio non esistono. Nessuna cosa umana può essere cancellata completamente e al mondo c’è troppa gente perché certi fatti non si risappiano: qualcuno resterà sempre in vita per raccontare. E perciò nulla può mai essere “praticamente inutile”, almeno non a lunga scadenza. Per la Germania odierna, non solo per il suo prestigio all’estero, ma anche per le sue confuse condizioni interne, sarebbe di grande utilità pratica se fossero accaduti più episodi come quello di Anton Schmidt. Che la lezione di quegli episodi è semplice e alla portata di tutti. Sul piano politico, essi insegnano che sotto il terrore la maggioranza si sottomette, ma qualcuno no, così come la soluzione finale insegna che certe cose potevano accadere in quasi tutti i paesi, ma non accaddero in tutti. Sul piano umano, insegnano che se una cosa si può ragionevolmente pretendere, questa è che sul nostro pianeta resti un posto ove sia possibile l’umana convivenza.

 

 

La signora Eichmann, benché residente in Austria, ottenne a Zurigo un passaporto tedesco in cui figurava il suo vero nome e in cui si diceva che era “divorziata” da un certo Eichmann; come vi riuscisse, è un mistero, e l’incartamento contenente la sua domanda è scomparso dal consolato tedesco di Zurigo.

 

 

Una cosa però a cui né la difesa né la Corte accennarono mai, fu che l’Argentina non avrebbe rinunziato con tanta disinvoltura ai suoi diritti se Eichmann fosse stato cittadino argentino. Ma egli era vissuto lì sotto falso nome, e con ciò si era privato da sé del diritto di essere protetto dal governo, almeno come Ricardo Klement ( nato il 23 maggio 1913  a Bolzano, come si leggeva nella sua carta d’identità).

 

Naturalmente tutte queste erano chiacchiere vuote. Che cosa gli avrebbe infatti impedito di tornarsene da sé in Germania e di costituirsi? Quando gli rivolsero questa domanda, rispose che a suo avviso i tribunali tedeschi non potevano ancora avere l’ “oggettività” necessaria per giudicare individui come lui. Ma se avesse preferito essere giudicato da una Corte israeliana ( come più o meno lasciò intendere e come non è del tutto da escludere), avrebbe potuto risparmiare al governo israeliano tanto spreco di tempo e fatica. Ma già abbiamo visto come egli si auto esaltasse quando parlava a questo modo, e come ciò gli servisse per tenersi su di morale per tutto il tempo che rimase nel carcere d’Israele. Gli servì anche per guardare alla morte con notevole serenità – “So che mi attende la condanna a morte,” disse al principio dell’istruttoria.

 

Implacabilmente la sentenza presa anche nota del tragico fatto che nei campi di sterminio erano stati di solito gli ospiti e le vittime a far funzionare “con le proprie mani la macchina fatale.”

 

Io non sono il mostro che si è voluto fare di me,” disse Eichmann. “Io sono vittima di un equivoco.” Non usò la parola “capro espiatorio”, ma confermò ciò che aveva detto Servatius: “era profondamente convinto di dover pagare le colpe di altri.” Due giorni dopo, il 15 dicembre 1961, venerdì, alle ore nove di mattina fu pronunziata la condanna a morte.

Adolf Eichmann andò alla forca con gran dignità. Aveva chiesto una bottiglia di vino rosso e ne aveva bevuto metà. Rifiutò l’assistenza dei pastore protestante, reverendo William Hull, che si era offerto di leggergli la Bibbia: ormai gli restavano appena due ore di vita, e perciò non aveva “tempo da perdere”. Percorse i cinquanta metri dalla sua cella alla stanza dell’esecuzione calmo e a testa alta, con le mani legate dietro la schiena. Quando le guardie gli legarono le caviglie e le ginocchia, chiese che non stringessero troppo le funi, in modo da poter restare in piedi. “Non ce n’è bisogno”, disse quando gli offersero il cappuccio nero. Era completamente padrone di sé, anzi qualcosa di più: era completamente se stesso. Nulla lo dimostra meglio della grottesca insulsaggine delle sue ultime parole. Cominciò col dire di essere un Gottgläubiger, il termine nazista per indicare chi non segue la religione cristiana e non crede nella vita dopo la morte. Ma poi aggiunse: “Tra breve, signori, ci rivedremo. Questo è il destino di tutti gli uomini. Viva la Germania, viva l’Argentina, viva l’Austria. Non le dimenticherò”. Di fronte alla morte aveva trovato la bella frase da usare per l’orazione funebre. Sotto la forca la memoria gli giocò l’ultimo scherzo: egli si senti “esaltato” dimenticando che quello era il suo funerale.  Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male.

 

E’ certo che se le violazioni della convenzione dell’Aja commesse dagli Alleati non furono mai discusse in  termini giuridici, fu soprattutto perché il Tribunale militare internazionale era internazionale solo di nome, in realtà era il tribunale dei vincitori, e l’autorità dei suoi verdetti non fu certo accresciuta quando la coalizione che aveva vinto la guerra e organizzato i processi si scrisse, per citare Otto Kirchheimer: “prima ancora che l’inchiostro si asciugasse sulle sentenze.”

 

La procedura penale, essendo automatica e funzionando quindi anche se la vittima preferirebbe perdonare e dimenticare, si fonda su leggi la cui essenza – per citare le parole usate da Telford Taylor sul New York Times Magazine – è che “un crimine non è commesso soltanto contro la vittima, ma anche e soprattutto contro la comunità di cui viene violata la legge.” Il malfattore è tradotto in giudizio perché la sua azione ha turbato e gravemente danneggiato la comunità nel suo complesso, e non perché, come nelle cause civili, il danno è stato fatto a individui che hanno diritto al risarcimento. Il risarcimento, nelle cause penali, è di natura completamente diversa; è la società che deve essere “risarcita,” ed è l’ordine pubblico generale che, essendo stato turbato, dev’essere per così dire “riparato.” In altre parole, è la legge e non il querelante che deve prevalere.

 

L’Argentina aveva sempre dimostrato di non avere alcuna intenzione di estradare i criminali nazisti, e anche se tra Israele e Argentina ci fosse stato un trattato di estradizione, difficilmente la richiesta di consegnare Eichmann sarebbe stata soddisfatta. Né sarebbe servito affidare Eichmann alla polizia argentina perché questa a sua volta lo consegnasse alla Germania-Ovest: il governo di Bonn aveva già chiesto all’Argentina, inutilmente, di espellere famosi criminali nazisti come Karl Klingenfuss e il dott. Josef Mengele (quest’ultimo implicato nei più spaventosi esperimenti medici compiuti ad Auschwitz, dove si era occupato della “selezione”). Nel caso di Eichmann una richiesta del genere sarebbe stata completamente vana perché, secondo la legge argentina, tutti i crimini connessi all’ultima guerra cadevano in prescrizione quindici anni dopo la fine della guerra medesima, sicché a partire dal 7 maggio 1960 Eichmann non poteva più essere espulso legalmente. In breve , tutte le vie legali erano precluse, e non restava che ricorrere al rapimento.

 

Una proposta più pratica, di cui di solito nessuno parla proprio perché poteva benissimo essere attuata, era invece quella del dott. Nahum Goldmann, presidente del Congresso ebraico internazionale. Goldmann invitò Ben Gurion a istituire una Corte internazionale a Gerusalemme, con giudici di tutti i paesi che avevano sofferto sotto l’occupazione nazista. E’ vero che era sempre troppo poco: il processo sarebbe stato soltanto ingrandito, rispetto a quelli comuni contro i criminali di guerra, e non si sarebbe rimediato al grave difetto che la Corte era quella dei vincitori. Tuttavia sarebbe stato un passo nella direzione giusta. Israele, come si ricorderà, reagì a tutte questa proposte con estrema violenza.

 

Ben Gurion disse: “Israele non ha bisogno della protezione di una Corte internazionale.”

 

Insomma, se il Tribunale di Gerusalemme in qualcosa fallì, fu perché non si affrontarono e non si risolsero tre questioni fondamentali, tutte e tre già ben note e ampiamente discusse fin dal tempo dell’istituzione del Tribunale militare di Norimberga: evitare di celebrare il processo dinanzi alla Corte dei vincitori; dare una valida definizione dei “crimini contro l’umanità”; capire bene la figura del criminale che commette questo nuovo tipo d

UFC Fight Night Austin – Cowboys vs Medeiros

E’ stata una buonissima serata, con begli incontri e buone prestazioni. L’incontro che mi è piaciuto di meno, quello tra Northcutt e Gouti. Considerando tutto, forse sono un pelo di parte, avrei dato un pareggio e via. Gouti , con un po’ più di esperienza/bravura, poteva portare l’incontro a casa. Certo, se era più bravo di così, non lo facevano incontrare allo sbarbatello. L’hanno apparecchiata piuttosto bene e il giovane americano rischiava comunque di non portarla a casa. Il ragazzo si farà, ma ha molto da migliorare. Non bastano i salti mortali per vincere gli incontri.  Peterson vs Davis mi è piaciuto. Cavoli Peterson che recupero immediato. A differenza di Medeiros non è andato giù ; barcollo ma non mollo. Davis cmq faceva spesso la stessa uscita, ne ho contate una decina. Difficile che uno riesca a prendergli il tempo ma non impossibile. Un atleta più smaliziato magari una ginocchiata / un high kick lo provava. Un campione lo mettava. Millender, cavoli. Se era meno rispettoso, invece di fermarsi pensando ad un K.O. che non è arrivato, chiudeva già al primo. Vince nel secondo, sempre non infierendo. Ammetto che il suo stile l’ho apprezzato. Magari gli diranno di essere più cattivo, ma è un atleta interessante. Vick vs Trinaldo, non è stato manco questo male. Vediamo chi sarà il prossimo sfidante di Vick. Meriterebbe un incontro di livello, ( lasciando stare i primissimi). L’incontro dei massimi, mah. Andiamo sempre a questione di gusti. A me Lewis non piace. Grande castagna ma ha rischiato. L’arrivo della fine del primo round probabilmente lo ha salvato dalla sconfitta. Poi tira ‘ste sleppe ; cmq una buona combinazione gli ha garantito la vittoria. E ora il main event. Cerrone è un atleta che ammiro per la continuità. Il suo 2016 era stato ottimo. Il 2017, al contrario , pessimo. Veniva da 3 sconfitte e doveva vincere. Ha vinto. Grandi abbracci, grande rispetto. Abbiamo visto pure i baci di Medeiros alla nonna del Cowboy. Con la vittoria di ieri, Cerrone ha aggiunto altri due record, ( aveva già 5 incontri in un anno, 2011), alla sua collezione nella UFC : 20 vittorie, ( come Bisping e GSP), 14 prima del limite, (come Anderson The Spider Silva e Belfort). Mi aggancio al 2011 di Cerrone, 4 vittorie e 1 sconfitta, con Nate Diaz. Con Diaz, vado a chiudere. Lo hanno inquadrato e lui , in quei pochi secondi, ha pensato bene di tirar fuori, a favore di camera, quella che pareva essere una cannetta, accompagnata da un accendino. Il regista ha staccato. Personaggione.

C.T.V. – Il Fondamentalista Riluttante – Mohsin Hamid

Ma lo status, come in ogni società tradizionale e classista, declina più lentamente della ricchezza.

 

Lei crede che le redarguirà per l’inappropriatezza del loro abbigliamento, t-shirt e jeans? Presumo di no, quelle ragazze sembrano a proprio agio qui, e hanno l’aria di venirci spesso, mentre è lui che sembra fuori posto. Inoltre, una delle molte regole che governano i bazar di Lahore è questa: se una donna viene molestata da un uomo, ha il diritto di appellarsi agli istinti fraterni della folla, e si sa che la folla picchia a sangue gli uomini che infastidiscono le sue sorelle.

 

E’ straordinario, devo dire, come il fatto di trovarsi in Pakistan acuisca la sensibilità alla vista del corpo femminile. Non è d’accordo? Anche quell’uomo barbuto, che ancora adesso, signore, attira di tanto in tanto il suo sguardo circospetto, non riesce a impedirsi di lanciare occhiate alle ragazze a cinquanta metri da lui. Eppure non mostrano che il collo, il viso e i tre quarti inferiori delle braccia! E’ l’effetto della penuria; le nostre stesse regole di decoro ci rendono affamati di indecoroso. Inoltre, una volta sensibilizzati in questo modo, ci si anestetizza solo a poco a poco, se mai ci si riesce.

 

Ah, hanno cominciato ad accendere gli archi di lampadine colorate sospesi nell’aria sopra questo mercato! Un po’ pacchiane? Sì, ha ragione, anch’io avrei scelto qualcosa di meno vivido. Ma osservi i sorrisi sulle facce rivolte verso l’alto delle persone che ci circondano. E’ incredibile quanto possano essere teatrali le luci artificiali una volta  che la luce del sole è declinata, come possano toccare le emozioni, ancora adesso, all’inizio del ventunesimo secolo, in città grandi e luminose come questa. Pensi all’espressiva bellezza dell’Empire State Building illuminato di verde per il Giorno di San Patrizio o di azzurro la sera  della morte di Frank Sinatra. New York di notte è indubbiamente uno degli spettacoli più belli del mondo.

 

La confessione che chiama in causa l’ascoltatore è, come diciamo nel cricket, un demonio di palla da giocare. Se la rifiuti offendi chi si confessa, se l’accetti ammetti la tua colpa.

 

L’economia è un animale, – continuò Jim. – Si evolve. Prima ha bisogno di muscoli. Poi tutto il sangue che rimane può affluire al cervello. Era lì che io volevo essere. Nella finanza. Nella centrale di controllo. E ora ci sei anche tu. Tu sei il sangue che affluisce da una parte del corpo di cui la specie non ha più bisogno. La coda. Come me. Noi veniamo da luoghi ormai superflui”. Avevo finito di cambiare la gomma, perciò chiusi il cofano e aprì le portiere. “ La maggior parte della gente non se ne rende conto, ragazzo, – disse allacciandosi la cintura con un cenno del capo in direzione del buio edificio alle nostre spalle. – Così cerca d resistere al cambiamento. Ma il potere deriva dal diventare cambiamento”.

 

Concentrati sui fondamenti. Era il principio guida della Underwood Samson, inculcato dentro di noi fin dal primo giorno di lavoro.

 

Ma è la sostanza quel che conta; dopotutto le sto raccontando una storia, e in una storia ciò che conta – e immagino che lei, essendo americano, concorderà – è l’andamento della narrazione, non l’accuratezza dei dettagli.

 

lui né mia madre vollero parlare dell’eventualità di una guerra; insistettero perché mangiassi e raccontassi loro in dettaglio della mia vita a New York e dei miei progressi sul lavoro. Era strano parlare di quel mondo qui, come sarebbe stato strano canticchiare in una moschea; quel che è naturale in un posto può apparirci innaturale in un altro, e alcuni concetti faticano a viaggiare, o non ci riescono affatto.

 

Le rovine proclamano che l’edificio era bello.

 

Ma il suo bicchiere, signore, è vuoto già da tempo. Devo chiedere il conto? Un rapido cenno ed eccolo che arriva. Quanto, mi chiede? La prego di non preoccuparsi; lei qui è un ospite e questo, non è che una piccola cifra, spetta a me. Vuole fare a metà? Assolutamente no; e poi qui da noi si paga tutto o non si paga niente. Mi ha fatto ricordare quanto trovavo strano, appena arrivato nel vostro paese, che si dividesse il conto a metà. In queste faccende la mia educazione privilegia la reciproca generosità rispetto all’esattezza matematica; col tempo entrambe finiscono per pareggiare i conti.

 

…. ero tornato in Pakistan, ma non avevo del tutto cessato di abitare il vostro paese. Restavo emotivamente legato a Erica e avevo portato qualcosa di lei con me a Lahore, o forse sarebbe più esatto dire che avevo lasciato con lei qualcosa di me che non riuscivo a ritrovare nella mia città natale. Comunque, l’effetto di tutto ciò era un continuo altalenare del mio umore; mi travolgevano ondate luttuose, la tristezza e il rimpianto erano causati a volte da uno stimolo esterno, altre volte da un ciclo interno simile a quello delle maree, se posso usare quest’espressione. Reagivo alla forza di gravità di una luna invisibile dentro di me, e mi imbarcavo in viaggi che non avevo messo in conto.

 

 

Tali esperienze mi hanno convinto che non è sempre possibile restaurare i propri confini dopo che sono stati turbati e resi permeabili da una relazione: per quanto ci proviamo, non possiamo ricostruirci nella forma autonoma che in precedenza immaginavamo di avere. Qualcosa di noi si trova adesso all’esterno, e qualcosa di esterno è adesso dentro di noi.